di Federico Lucrezi

Zio Paperone e Amelia. Harry Potter e Voldemort. Il papa e Donald Trump. Di coppie storiche che non si sono mai potute sopportare ce ne sono tante. Ognuno ha la sua nemesi. Non fanno eccezione i produttori di Striscia la Notizia. Il longevo tg satirico di Antonio Ricci, che spegnerà 30 candeline l’anno prossimo, ha saputo ritagliarsi uno spazio importante in un dibattito digitale sempre alla ricerca di interessantissime questioni da approfondire nei mesi primaverili, ormai orfano di X Factor, Masterchef, Amici e Italia’s Got Talent. Per l’occasione si rispolvera un grande classico, la storica crociata contro Affari Tuoi. Striscia negli anni ha dedicato numerosi servizi al programma targato Rai, evidenziandone più volte una trasparenza e una veridicità piuttosto discutibili.

Il protagonista, questa volta, è l’ultimo conduttore Flavio Insinna. Per diversi giorni Striscia trasmette presunti fuori onda tratti dalle registrazioni di Affari Tuoi. Insinna “sbotta” contro gli autori del programma che non lo avrebbero coinvolto nella selezione dei concorrenti facendo ricadere la scelta su personaggi poco graditi al conduttore. Il tutto non esattamente in un linguaggio da circolo letterario.

Il copione poi è quello dei grandi eventi. #Insinna entra in top trend su Twitter, e il web si divide nella più classica delle battaglie manicheiste: chi si lancia contro il conduttore e la sua imperdonabile maleducazione e chi attacca Striscia per l’ennesima campagna ai limiti della diffamazione. E, come spesso accade, sono tutti troppo occupati a capire chi ha ragione per fermarsi un attimo, fare un passo indietro e guardare con obiettività quello che sta succedendo.

Non entreremo ora nel merito della vicenda. Ognuno decida pure se la campagna di Striscia rientri o meno nell’ambito del buon giornalismo o se il comportamento di Flavio Insinna sia o meno accettabile. Non è questo il punto. Nessuno contesterebbe niente al cassiere di un negozio che, finito di servire un cliente con professionalità, si spostasse sul retro per intavolare un’accesa discussione con un collega circa l’errata disposizione della merce sugli scaffali. Siamo di fronte alla stessa identica cosa. Un fuori onda è il retro bottega della trasmissione televisiva. Eppure il conduttore che fuori onda discute, seppur con toni accesi, con autori e tecnici del programma non è accettabile e suscita indignazione.

La penosa eco mediatica della vicenda è figlia dell’invidia rancorosa che la libertà di espressione sul web ha ormai abbondantemente sdoganato. È figlia della concezione tutta italiana che soltanto il lavoro in miniera possa essere considerato tale. È figlia dei ma vai a lavorare che chiunque lavori tramite internet o, appunto, nello spettacolo si è sentito urlare almeno una volta nella vita.

E quando essere un conduttore televisivo non è un lavoro di pari dignità dell’operaio in fabbrica ecco allora che il prodotto finale e la lavorazione, il programma e il dietro le quinte, il lavoro e spesso anche la vita privata si fondono in una marionetta che vorremmo sempre sorridente, simpatica e pronta a firmare autografi a qualsiasi ora della giornata.

C’è poca, pochissima tolleranza, per chi non si ferma per strada a fare fotografie o per chi, come in questo caso, non si limita a sorridere e fare battute nello studio televisivo. Una giornata di merda o un eccesso di perfezionismo sono appannaggio esclusivo di chi lavora.

Di chi lavora veramente.

 

Foto1 Foto2 Foto3