Le due tradizioni, prima di tutto: extravagante e per estratto. La prima rappresenta le Rime dantesche prima che vengano raccolte nella Vita Nova, la seconda le considera parte integrante del libello.

Viene da chiedersi -o forse no, e nel caso lo capiamo perfettamente-: ma le Rime, questi sonetti, canzoni, ballate “libere”, senza alcun nucleo tematico, scritte in un arco di tempo che va dal 1283 al 1307-08 circa, sono state composte prima della Vita Nova? Per la Vita Nova? Con la Vita Nova? Un esempio.

La Vita Nova è un prosimetrum, un misto di prosa e poesia. Dante racconta l’occasione per cui è stata composta la lirica, la divide in varie sezioni -le cosiddette divisioni, che poi Boccaccio toglierà creando una tradizione dantesco-boccacciana causa di immensi problemi per i filologi-. Quindi: le sezioni, con cui il testo viene diviso dando vita a un espediente utile a sopperire alla mancanza della numerazione dei versi, normale nel Medioevo, e poi la lirica vera e propria. Iniziamo dall’occasione. Passato un anno dalla morte di Beatrice, Dante ripensa alla donna amata -anche qui non ci soffermeremo: è complicato. Dunque ci limiteremo a chiamarla “la donna amata” e i più competenti ci scuseranno per la sintesi-. Pensando a Beatrice, il poeta comincia a disegnare degli angeli. Arrivano altre persone, gli chiedono cosa stia facendo, lui arrossisce e dichiara di non essere stato solo fino a qualche attimo prima. Da questo sipario, nasce l’occasione per la composizione di “Era venuta”.

Si tratta di un “anoale”, così lo definisce Dante. Bene, dopo questa sfilza di informazioni ci fermiamo e facciamo finalmente cominciare l’articolo. “Anoale” ossia “anovale”, cioè un componimento scritto per celebrare un anniversario. Cosa frequentissima in caso di nascite, di innamoramenti, ma non di morte: il primo sarà Petrarca. Eppure, Dante decide di celebrare la morte di Beatrice esattamente un anno dopo. Due aspetti di cui tener conto: l’inserimento di questo anoale nel contesto quotidiano e la questione dei cosiddetti “due cominciamenti”.

Il primo. Per un lettore moderno è impossibile comprendere la lirica estrapolandola dal contesto. Cioè, è impossibile comprendere che Dante stia parlando della morte di Beatrice senza la parte in prosa, senza l’occasione e senza le divisioni. Impossibile. Torniamo un attimo indietro nel tempo. 1280: a Siena è consentito scrivere “anovali” solo in occasione dell’anniversario della morte di un santo. Questo dato -importantissimo- dimostra non che Dante abbia scritto questa lirica per celebrare Beatrice come se si trattasse di una sorta di agiografia -la beatificazione di Beatrice, all’altezza della Vita Nova, non è ancora completata-, bensì dimostra che la pratica degli “anovali” fosse largamente diffusa, così diffusa da doverla limitare tramite una legge apposita. Quindi, noi lettori moderni naturalmente non possiamo estrapolare la lirica dal contesto e dalla tradizione per estratto, ma i contemporanei a Dante sì: la famiglia di Beatrice, ad esempio il padre Folco Portinari, era perfettamente in grado di comprendere l’occasione e, di conseguenza, la cosiddetta tradizione per estratto. Problema comune quello di vedere Dante con gli occhi dei moderni e non con gli occhi di Dante, problema in parte risolto dalla presenza dei commentatori antichi, in parte proprio dall’analisi filologica. Ed è proprio da questo primo aspetto che prendiamo lo spunto per trattare del secondo, inerente a una questione prettamente ecdotica, ossia quella dei “due cominciamenti”. Cioè: la lirica “Era venuta” presenta due incipit:

Era venuta ne la mente mia

la gentil donna che per suo valore

fu posta da l’altissimo signore

nel ciel de l’umiltate, ov’è Maria.

 

Questo il primo.

 

Era venuta ne la mente mia

quella donna gentil che piange Amore,

entro ’n quel punto che lo suo valore

vi trasse a riguardar quel ch’eo facea.

Amor, che ne la mente la sentia,

s’era svegliato nel destrutto core,

e diceva a’ sospiri: «Andate fore»;

per che ciascun dolente si partia.

Piangendo uscivan for de lo mio petto

con una voce che sovente mena

le lagrime dogliose a li occhi tristi.

Ma quei che n’uscian for con maggior pena,

venian dicendo: «O nobile intelletto,

oggi fa l’anno che nel ciel salisti».

(ed. Barbi)

Questo il secondo. Bene, su questi due incipit la critica si è divisa. Una parte sostiene che il primo appartenesse alla tradizione extravagante e il secondo alla tradizione per estratto. Cioè, che il primo fosse stato composto prima della stesura della Vita Nova e il secondo dopo. Questo per una questione di contesto, ancora una volta: appare infatti improbabile che Dante abbia scritto una lirica così lunga senza indicazioni temporali o quotidiane. Discorso che perde solidità se consideriamo quanto detto prima e ci apprestiamo a leggere Dante con Dante: non possiamo assolutamente prescindere, infatti, dal fatto che i lettori del 1291, anno dell’anniversario della morte di Beatrice, capissero perfettamente a cosa si riferisse il poeta. Ed ecco che quindi prende forma un’altra ipotesi avanzata -e ormai largamente sostenuta- dalla critica, ossia l’ipotesi secondo cui il secondo cominciamento appartenesse alla tradizione extravagante, e fosse stato scritto da Dante proprio in occasione della morte dell’amata, dando per scontato che i contemporanei avrebbero capito, mentre il secondo alla tradizione per estratto, ossia al momento della stesura del libello dantesco. Questa seconda ipotesi, inoltre, è sostenuta dal contenuto delle liriche: la prima ha un afflato religioso che la seconda non ha, nel primo cominciamento Dante fa riferimento all’ascensione di Beatrice, dando inizio alla glorificazione della donna che partirà proprio dalla Vita Nova e troverà il suo compimento nella magnificenza e nella grandezza della Commedia.

 

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