Shiva è una divinità maschile post-vedica erede diretta della divinità pre-aria divenuto uno dei culti principali dell’Induismo. In virtù dei suoi molteplici aspetti, benevoli e terrifici, assume forme ed epiteti diversi che si rispecchiano nella molteplicità delle manifestazioni a livello iconografico, che lo ritraggono con il corpo per metà maschile e per metà femminile, o come una figura a tre teste.
In relazione a contesti storici più o meno distanti da noi, osservare il manifestarsi di Shiva è sempre stupefacente, infatti se prendessimo in considerazione alcuni sigilli raffiguranti la divinità di un proto-Paśupati rinvenuti nella Valle dell’Indo, ci accorgeremmo di come possono essere direttamente collegati alla successiva divinità di Shiva. Essi raffigurano il dio in forma antropomorfica, in una postura “yogica” e il volto bovino o a tre facce munito spesso di un copricapo con due possenti corna. La figura, posta su una pedana, è circondata da un bufalo, un rinoceronte, un elefante e una tigre, sotto la pedana sono poste due capre (o forse cervi), mentre in alto sono visibili sette segni, probabilmente una scritta tuttora indecifrabile. L’insieme di questi elementi connota i tratti distintivi legati alla divinità induista, come la molteplicità di volti, spesso riconosciuta sui quattro lati dei linga posto dei luoghi di devozione a Shiva, o dai riferimenti al toro, tipicamente riconosciuto come veicolo del dio.

Shiva in condizione terrificante, invece, si può percepire in una statuetta che lo raffigura danzante, secondo un antico mito che vuole i Ṛṣi della foresta di Tārak nel tentativo di uccidere la divinità per mezzo di canti magici. Shiva si mise dunque a ballare trasformando le maledizioni di questi canti in energia creativa. I Ṛṣi generarono allora, sempre per mezzo della magia, il nano Apasmāra personificazione della ignoranza e dell’assenza di memoria aizzandolo contro il Dio.

Ma Shiva lo schiacciò con il suo piede destro spezzandogli la colonna vertebrale, liberando al contempo l’umanità da questo flagello e avviando la salvezza dai legami dell’esistenza simboleggiata dalla gamba sinistra sollevata in aria. In questa raffigurazione è con quattro braccia che reggono alcuni dei suoi attributi o formano delle mudrā: la mano sinistra posta dinanzi al lato destro del corpo è nel gesto della forza o dell’elefante, mentre la mano destra è sollevata nel gesto di protezione, invitando il fedele a non avere paura; con la mano destra sollevata regge il tamburo primordiale, mentre con la sinistra regge il fuoco simbolo della distruzione di ogni cosa. A sorreggere la figura c’è un fiore di loto che produce un fulmine di fuoco semicircolare che circonda l’immagine e rappresenta la sacra sillaba Oṃ.

Shiva nella sua ambivalenza si dimostra capace di infondere in chiunque si avvicina alla sua personalità un immenso fascino, che prescinde dal gusto estetico, dal materiale o dallo stile impiegato per la realizzazione della sua figura!

Fonti:

http://www.treccani.it

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Storia dell’arte dell’India. Vol.I