Happy family (2010): otto personaggi mascherati in cerca di un autore spaventato; la commedia del regista Gabriele Salvatores, tratta dall’omonimo spettacolo teatrale di Alessandro Genovesi, in cui regna lo spirito pirandelliano.

Un film la cui protagonista è la paura in ogni sua sfumatura:

Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci. Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi. Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare. Paura dei bianchi, dei neri, della polizia e dei carabinieri; con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi. Con la paura di perdere i treni e di arrivare tardi agli appuntamenti; che scoppi una bomba, di rimanere invalidi; di perdere un braccio, un occhio, un dente, un figlio, un foglio. Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima. Paura dei terremoti, paura dei virus; paura di sbagliare, paura di dormire; paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare. Paura che nostro figlio diventi omosessuale, di diventare omosessuali noi stessi. Paura del vicino di casa, delle malattie, di non sapere cosa dire; di avere le mutande sporche in un momento importante. Paura delle donne, paura degli uomini; paura dei germi, dei ladri, dei topi e degli scarafaggi. Paura di puzzare, paura di votare, di volare; paura della folla, di fallire; paura di cadere, di rubare, di cantare; paura della gente; Paura degli altri. Motivo per cui, questo film è dedicato a chi ha paura.”.

Si parte dai drammi adolescenziali di Filippo (Ginmaria Biancuzzi) e Marta (Alice Croci) che annunciano alle famiglie di volersi sposare a 16 anni, passando per quelli delle rispettive madri, interpretate da Margherita Buy e da Carla Signoris, spaventate dall’idea che questo possa accadere, fino ad arrivare alla paura che Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio) ha di morire passando per la paura di Caterina (Valeria Bilello) di puzzare e per quella della nonna (Corinna Agustoni) di cucinare dolci.

Parliamo di due famiglie non proprio convenzionali le cui storie vengono scritte da uno sceneggiatore improvvisato, Ezio (Fabio De Luigi) che vuole scrivere un film o “meglio: un film d’autore, che però incassi”.

Insomma un film nel film che mette in difficoltà lo spettatore nella scissione tra realtà e finzione; una messa in scena studiata nei minimi dettagli: dalla fotografia che raggiunge una simmetria quasi ossessiva all’uso di brillanti colori caldi che rendono la storia ancora più irreale e sempre più vicina ad una messa in scena teatrale.

Si rompe il velo della finzione dando una sbirciatina dietro le quinte con una panoramica in bianco e nero della Milano notturna, quella Milano che nella finzione del giorno è tinta di rosso e di giallo e viene movimentata da storie irreali al suono di Simon&Garfunkel e nella notte si tinge di grigio e di volti reali al suono dei Notturni di Chopin.

Un cast composto da vecchi amici di Salvatores e da giovani promesse che, insieme, sono stati in grado di creare una vera famiglia felice, o almeno una famiglia di personaggi che si meritano la felicità anche se non sanno cercarla fino in fondo.

 

I personaggi in cerca d’autore passano da sei a otto ma l’idea pirandelliana non cambia: non è lo scrittore a inventare la storia ma sono i personaggi che vogliono che lui scriva la loro, anche se ancora non conoscono il copione e si pongono mille interrogativi su quale possa essere il finale.

In questo caso il lieto fine viene raggiunto ma solo quando Ezio, convinto dai suoi personaggi, abbandona la sua visione semplicistica e superficiale della storia per una visione più profonda di se e dei suoi protagonisti svelando le loro paure e dando così una senso alla sua trama.

Potrei andare avanti a raccontare questa storia ma preferisco chiudere qui!”

 

 

 

 

 

 

 


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