03:45 pm
16 ottobre 2017

Zio “Per carità”

Zio “Per carità”

di Federica Tosadori

 Il mio zio Ermanno è una persona alquanto particolare: buffa e triste, a tratti grottesca ma sempre malinconica. È così perché la gente non lo capisce. Non lo capisce perché la maggior parte delle persone è pigra e impegnarsi nel comprendere le dinamiche interne di un’altra persona è sempre qualcosa di complicato e richiede il più delle volte più di tempo di quello che effettivamente si ha a disposizione. Uno non è che può decidere di dedicare anni e anni alla conoscenza di un individuo, senza nessuna finalità, soprattutto se stiamo parlando dello zio Ermanno. A che cosa può servire entrare nel profondo dello zio Ermanno? Nessuna donna si innamorerebbe di lui, nessuno uomo diventerebbe suo amico, perché zio Ermanno è pazzo, divertente, ma difficile.

Zio Ermanno non parla. O meglio non dice niente altro all’infuori di due parole: «Per carità!» (col punto esclamativo, perché zio Ermanno si impegna sempre a marcare questa affermazione, dunque il punto esclamativo è davvero necessario). «Per carità!» «Per carità!» «Per carità!»: zio Ermanno non dice altro. «Ciao zio, com’è andata la giornata?» «Per carità!»; «Zio vuoi un bicchiere d’acqua?» «Per carità!»; «Facciamo un giro?» «Per carità»; «Cosa ne pensi di quel film?» «Per carità!»; «Mi passi quella rivista per favore?» «Per carità!». Insomma, noi ormai della famiglia siamo abituati e ci parliamo come se parlassimo a una persona “normale”, ma è chiaro che zio Ermanno non lo sia, tanto normale. Il vero problema è che è ambiguo. Quelle due paroline: «Per carità!» con tanto di punto esclamativo sono interpretabili e per questo incomprensibili e mai definitive. Per carità può voler dire tutto e niente; può essere inteso come: «Sì, ti prego!», o come: «No, no e assolutamente no!». E allora capite tutti che non si sa mai bene come comportarsi con lui, se assecondarlo nel suo sì, assecondarlo nel suo no… in ogni caso noi tutti in famiglia lo assecondiamo, a volte nel sì, a volte nel no e lui non dimostra segni di ribellione, è sempre e solo buffo e triste.

La nonna, sua mamma, mi racconta sempre degli aneddoti interessanti sull’infanzia dello zio Ermanno. «Ermanno bambino era molto bello», dice sempre la nonna. «Sorrideva a tutti, giocava, era molto solare e chiacchierava moltissimo!». Chiacchierava moltissimo sì, avete capito bene, non diceva solo: «Per carità!». E allora cosa è successo? Vi starete chiedendo che cosa è cambiato nel meccanismo interno di comunicazione di Zio Ermanno? Cosa è scattato nel suo cervello e lo ha reso quello che è adesso: un uomo buffo e triste, malinconico e divertente che dice sempre e solo: «Per carità!»? Sono un po’ le domande che tutti si pongono quando vengono in contatto per qualche motivo con quelle persone che fanno cose strambe e che abbiamo deciso di chiamare “pazzi”. Alcuni ci nascono così, altri lo diventano improvvisamente a seguito di qualche oscuro avvenimento, altri ancora lo diventano piano piano nel tempo dando un sacco di segnali, l’uno dietro l’altro, facendo sentire impotenti tutte le persone che vogliono loro bene. Non c’è una legge fissa in queste storie. E anche per Zio Ermanno non c’è. Ma ci sono appunto le storie, e questa è la storia di Zio Ermanno.

Aveva più o meno trent’anni quando è successo. Lo Zio Ermanno trentenne era un bel ragazzo dai capelli biondi e folti e gli occhi marroni scuro scuro scuro, praticamente un tutt’uno con la pupilla, grandi e intensi. Camminava per strada di ritorno dal negozio in cui lavorava, una cartoleria. Era innamorato di una donna che l’aveva amato in passato, ma che ora non lo amava più. Avevano vissuto insieme quasi cinque anni, poi lei aveva deciso di innamorarsi di un altro e di farci pure un figlio insieme. Era rimasta incinta in tempi non sospetti, tanto che tutti all’inizio credevano che il figlio che la ragazza portava in giro con sé fosse proprio di Zio Ermanno. Ma a un certo punto lei capì che non poteva reggere insieme il peso di un essere che le cresceva nella pancia e allo stesso tempo il peso di una bugia grande e brutta come quella. Una sera allora quando lo zio tornò a casa dopo una giornata in piedi dietro al bancone della sua cartoleria si sentì dire queste parole: «Questo bambino non è il tuo bambino, ti ho tradito con un altro uomo per cui il figlio è suo». Zio Ermanno non fece altro che piangere in silenzio e aspettare che lei preparasse le sue valigie e se ne andasse di casa con quello che lui aveva già cominciato ad amare come il suo bambino.

Forse fu questo il problema, il fatto che incominciò ad amarmi e poi non riuscì più a smettere. Per questo quando mia madre, la donna che ancora lui amava, cadde in rovina perdendo il lavoro e rimase sola, perché quello che si professava mio padre naturale se ne andò a sua volta, e noi restammo letteralmente sulla strada, zio Ermanno non esitò a salvarmi. Mi riconobbe quel giorno, camminando sulla strada di ritorno dalla cartoleria, che mendicavo seduto per terra con le gambe incrociate. Non ho mai saputo davvero come fece a capire che ero io quel suo figlio soffiatogli via dal cuore. Mi mise la sua giacca intorno alle spalle e in silenzio mi fece alzare, portandomi a casa. Non disse niente; semplicemente si rovinò per me: spese tutti i suoi soldi per accudirmi, non si presentò più a lavoro, perdendo il posto, aspettò che mia madre tornasse a prendermi e rimanesse con noi, ma lei decise di scappare lontano; si sarebbe rovinato anche per lei. Alla fine tornammo a vivere nella sua casa d’infanzia, da sua madre, quella che io chiamo nonna. Restò zitto per tutto questo tempo: impazzì. Impazzì per me, impazzì per ciò che gli era successo e che proprio non si aspettava.

Successe dopo quasi un anno, che io ormai ne avevo cinque di anni, che gli chiesi perché. Perché mi avesse raccolto dal nulla e portato a casa, come fossi suo, come fossi un pezzo del suo corpo che si fosse dimenticato in giro. Disse quello che voi tutti avete ormai capito: «Per carità». Sì, quella volta era senza punto esclamativo e aveva un grande significato, diverso da quelli che ora quelle due parole hanno assunto, svuotandosi. Lui disse “per carità” ma io sentii “per amore”. Adesso che di anni ne ho dodici e mi è stata raccontata la storia di Zio Ermanno, mi dispiace molto che io mi sia abituato a chiamarlo zio, quando potrei benissimo chiamarlo papà. Ma zio o papà non importa, lui è la mia persona, è l’uomo che per carità mi ha concesso una vita e io per la stessa carità, per lo stesso amore, gli concedo di vivere in questa storia.

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