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19 ottobre 2017

Finché morte non vi separi: il femminicidio, sangue che imbeve il presente e annega le menti

Finché morte non vi separi: il femminicidio, sangue che imbeve il presente e annega le menti

Dal 19 maggio al 16 giugno la Galleria Artepassante Stazione Vittoria del Passante Ferroviario di Milano ha ospitato Finché morte non vi separi, un progetto realizzato dagli artisti Eros Colombo, Marco Marcandalli, Gianni Nava, con il contributo di Matteo Laudiano, che ruota intorno al tema del femminicidio.

Questo crimine, diventato sempre più allarmante e macabro, viene spesso considerato dai mass media nella sola accezione di omicidio perpetrato verso un individuo di sesso femminile, senza tenere in considerazione la premeditazione del crimine, il grado di relazione con la vittima ed altri fattori critici e irrisolti che costituiscono il complicato background dell’azione delittuosa finale. Marcela Lagarde, antropologa e politica messicana, ha invece sottolineato la condotta misogina di cui è vittima la donna prima che venga compiuto lo spaventoso crimine finale e che ne è quasi sempre la causa e campanello d’allarme.

Infatti, maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, discriminazione sul lavoro e nella società, sono fattori che vengono troppo spesso trascurati e che invece costruiscono silenziosamente un percorso di solitudine e annullamento, in cui la donna che subisce questo tipo di violenze si trova indifesa, a rischio, circondata dall’indifferenza. Gelosia, tradimenti, minacce, intimidazioni, stalking, annullano la donna e ne annientano la forza di difendersi e chiedere aiuto. I dati ISTAT 2016 rivelano che su 10 femminicidi, 7/8 sono preceduti da altre forme di violenza nel contesto del rapporto di coppia e che dalle statistiche sul femminicidio rimangono escluse tutte le donne che sopravvivono alla violenza subita, pur portandone i segni addosso. Neanche lo Stato garantisce una repressione e una punizione di queste condotte, aggravando notevolmente il problema. Ma ciò che manca è soprattutto una denuncia da parte di una società troppo abituata alla violenza, che la sottovaluta, che si accorge troppo tardi del male compiuto verso il prossimo. Gli occhi non vedono, abituati alla brutalità quotidiana.

Il tema viene sviluppato dal punto di vista delle vittime, tramite un percorso di solitudine e annullamento, composto da una serie di rami recisi, che rimandano alla violenza di una vita strappata. All’interno dell’installazione sono presenti altri elementi: un cuore, una pistola, dei proiettili, una veste insanguinata, dei ritratti di uomini/donne che rivolgono la pistola contro se stessi. La vetrina che separa l’installazione dal pubblico è metafora del guardare la violenza con distacco, come se si trattasse solamente di uno show televisivo. Con lo scopo di smascherare l’ipocrisia della società, gli artisti hanno voluto urlare e condividere il proprio dolore, che è quello dell’intera umanità, tramite immagini forti ed evocative di violenza, dolore e morte.

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