Una riflessione spesso scaturisce da una canzone. Qualcosa del ritmo, della voce, del testo ci colpisce, ci resta impresso. Questo è ciò che mi è successo col nuovo singolo di Levante, Non me ne frega niente. Cosa c’è di così straordinario in questa canzone?  In questo caso non si tratta di gusti, poiché, come per ogni cosa, la canzone in sé può piacere o meno. Ciò che è rilevante è l’assuefazione che ne emerge. Questa canzone è il ritratto del mondo in cui viviamo: un mondo in cui siamo assuefatti ad Internet, agli smartphone, ai social, ai like: è la denuncia di una vita, la nostra, svuotata di umanità, febbrile, in cui il tempo è risucchiato dal buco nero dello schermo.

 

Non me ne frega niente se mentre rimango indifferente il mondo crolla e non mi prende/Non me ne frega niente se mentre la gente grida aiuto io prego non capiti a me/Non me ne frega niente di niente

 

È il ritratto di un mondo in cui sappiamo un po’ di tutto senza informarci, in cui non sappiamo setacciare ciò che Internet ci butta addosso, in cui la tragedia è all’ordine del giorno e a noi non interessa. O meglio, se ci interessa, spesso ci scivola addosso, perché ogni giorno accade qualcosa e non si può piangere per tutto. E noi sempre più passivi, sempre più automi, cerchiamo la socialità e, di contro, perdiamo il valore del vero contatto umano, dell’umanità propriamente detta.

Internet non funziona più”, secondo quanto detto da Evan Williams, il fondatore di Blogger, Twitter e Medium, che guarda allo spazio del web con preoccupazione, poiché favorire lo scambio di informazioni ad un livello mai pensato prima non ha reso, come si sperava, il mondo un posto migliore. E questo lo possiamo constatare, ad un livello molto banale, ogni giorno quando qualcuno impegnato a messaggiare ci urta con forza all’uscita dalla metro. Siamo meno abituati a guardarci negli occhi e a guardare dove stiamo andando. E non solo pragmaticamente parlando.

Figlia dell’era di Internet e dei social è anche la nostra assuefazione all’orrore: grazie al web, infatti, siamo in grado di leggere in tempo reale notizie da tutto il mondo, possiamo sapere con dovizia di particolari il numero dei morti e dei feriti in un incidente stradale, in un attacco terroristico o in una sparatoria; possiamo avere foto, video, audio delle più immense tragedie globali e, tuttavia, è difficile che ogni singolo episodio ci impressioni profondamente. È così normale che accadano questi eventi nel mondo che, finché non ci toccano da vicino, non riusciamo a provare una totale empatia. L’ultimo di questa lunga lista è l’attentato del 23 maggio 2017 che ha colpito Manchester durante il concerto della cantante statunitense Ariana Grande, dove le principali vittime sono state giovanissimi e bambini. Forse questo è dovuto alla nostra esperienza che, per fortuna, ci ha precluso un’intima conoscenza ed elaborazione di queste vicende? È un sistema di autodifesa scorrere i necrologi senza che l’emozione ci travolga? Forse entrambe le cose. Ma dobbiamo davvero aspettare che l’orrore ci colpisca per scuoterci da questo torpore? Dobbiamo davvero guardare il video di Levante per renderci conto di ciò che stiamo diventando, con la mano sempre in cerca del cellulare, senza mai spegnere l’interruttore della socialità? Siamo messi così male da comportarci come se non ce ne fregasse niente di niente?

Spegniamo il cellulare. Usciamo di casa, respiriamo il cielo e, soprattutto, non dimentichiamoci mai di essere grati di essere al mondo. Spegniamo i cellulari prima che loro spengano noi, prima che, davvero, non ce ne freghi più niente delle tragedie degli altri. Perché, se dovesse mai toccare a noi, non ci sarà nessuno cui importerà qualcosa.

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