“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. 

Con queste parole, Pier Paolo Pasolini celebra lo sport più amato in tutto il mondo e lo solleva a livello di un sacro rituale, base solida e fondante della nostra cultura; il gioco, o meglio giuoco del calcio alla Pirandello, con i suoi vizi e le sue virtù, con la sua tattica e la sua tecnica, è una questione di emozioni, di attimi vissuti a rincorrere per ore un pallone; sempre Pasolini racconta: “I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”. 

Il calcio dei giorni nostri sta prendendo una piega triste purtroppo, il Dio denaro chiama e i giocatori rispondono; la maglia non rappresenta più l’antica armatura omerica, sacra, simbolo di appartenenza e di eterna gloria; nonostante però lo spietato mondo del calcio, i tifosi si stringono in un unico grido di battaglia per incitare la propria squadra, perché la passione unisce e il cuore batte dentro al petto. Questo senso di eccitazione provò Umberto Saba, durante una partita della Triestina, quando si sedette per la prima volta sulle tribune di uno stadio. Nella sua raccolta Poesie edita nel 1933, vi inserì una sezione dedicata interamente a questo sport che tanto lo aveva coinvolto emotivamente, “Cinque poesie dedicate al gioco del calcio”. Ne ricorderemo solamente una, Squadra Paesana, che apre il ciclo calcistico di Saba:

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
soli d’inverno.

Le angoscie
che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi così lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.

Ma l’arte del gioco del calcio trova raffigurazione anche nel mondo proprio dell’arte, una delle opere più famose infatti del piemontese Carlo Carrà celebra la vittoria della Nazionale Italiana, con la classica maglia identificativa azzurra, nei Mondiali del 1934. Il pittore, in Partita di Calcio,  coglie il momento che precede il gol, ma noi non potremo sapere se la palla finirà davvero in rete! Così è però in grado di raffigurare due tipi di emozioni, di gioia e euforia nel caso di gol fatto, oppure di rabbia in caso di gol mancato. Ma questa mischia azzurra in area avversaria vuole rendere lo spirito di competizione, potremmo dire sana, e di emozione che spinge i giocatori alla vittoria il tutto inserito in una dimensione surreale, quasi ad eccentuare un solenne momento di svago.

Anche Renato Guttuso celebra il gioco del calcio, in un’opera dal titolo Calciatori, in cui viene esaltato il senso di collaborazione e di unione che dovrebbe regnare in ogni squadra. Questo senso di parità e di contributo del singolo si percepiscono nella mancata rappresentazione dei volti, perché non è importante il singolo ma l’unione dei singoli: non è il singolo a vincere la partita, ma la partecipazione attiva di tutti i componenti della squadra. Nel dipinto non si celebra il campione, ma la forza che unisce; proprio questo è il ruolo del calcio, unire intorno ad una fede calcistica, richiamare il pubblico allo stadio, intonando cori di vittoria, perchè in fondo non è solo uno sport e il vero tifoso sa bene cosa intendo dire.

Credits:

fonti: fonti: Casadei, Il novecento; Arte, Terraroli; i luoghi dell’arte

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