Nel 2008, a trent’anni dalla morte di Harvey Milk, usciva il docu-film a lui dedicato, Milk. Diretto da Gus Van Sant, ma soprattutto sceneggiato da Dustin Lance Black – il film ebbe il merito di dare risonanza non solo ad un personaggio fondamentale per la storia LGBT+, ma allo stesso messaggio per il quale purtroppo egli fu assassinato.

“Se ci dovesse essere un assassinio, spererei che in cinque, dieci, cento, mille si alzerebbero in protesta. Mi piacerebbe vedere ogni avvocato gay, ogni architetto gay fare coming out – Se un proiettile dovesse penetrare il mio cervello, lasciate che quel proiettile distrugga ogni “porta degli armadi”. E questo è tutto. Chiedo al movimento di continuare, perché non si tratta di interesse personale, non è ego, non potere… è per il “noi” là fuori. Non solo i gay, ma i neri, gli asiatici, i disabili, gli anziani, i noi. Senza speranza, i noi si arrendono – so che non si può vivere di sola speranza, ma senza d’essa, la vita non merita di essere vissuta. Quindi voi, e voi, e voi… Dove dar loro speranza.”

Queste parole, le ultime che Sean Penn – interprete davvero magistrale dell’attivista – pronuncia, sono quasi letteralmente quelle pronunciate da Harvey Milk prima del suo tragico, ingiusto assassinio. Con questo discorso, che passò alla storia come l’Hope speech, Milk invitava proprio alla speranza, motore verso la lotta per un mondo migliore, egualitario ed evidenziava la necessità che il movimento continuasse, unendo però la sua lotta a quella degli altrinoi”, tutti gli altri movimenti minoritari che si stavano alzando per protestare contro le ingiustizie inflitte loro. Solo in questo modo, con l’unione e la comunione d’intenti, il movimento LGBT+ sarebbe davvero riuscito ad ottenere il suo obiettivo.

Inutile dire che le parole di Milk, il suo attivismo, la sua stessa persona, hanno ispirato in moltissimi a seguirne le orme. Tra i primi questi vi è proprio lo sceneggiatore del docu-film a lui dedicato, Dustin Lance Black, da sempre impegnato sul tema in prima linea, poiché attivista e fondatore dell’American Foundation for Equal Rights.

Black però, in particolare dopo aver vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film, comprese che il suo lavoro non era concluso, ma doveva continuare. Negli anni successivi nacque dunque l’idea d’immortalare la storia del movimento per i diritti LGBT+, spesso invece taciuta o messa nell’ombra, per far in modo che le nuove generazioni avessero esempi di attivisti che avessero dedicato, come Harvey Milk, tutta la loro vita alla causa, ma che diversamente da lui fossero sopravvissuti. Bisognava dimostrare che c’è davvero speranza per chi lotta per i propri principi, per i propri inalienabili diritti, non c’è solo morte.

Nel 2017 finalmente esce When We Rise, mini docu-serie che parte dai moti di Stonewall del 1969 , attraversando quarant’anni di storia e vita di attivisti del movimento, tra cui Cleve Jones (Guy Pearce), e Roma Guy (Mary-Louise Parker), ma anche Pat Norman,  la prima impiegata del San Francisco Health Department apertamente gay, interpretata da Whoopi Goldberg.

Il pregio del nuovo lavoro di Black non è solo quello di rappresentare il movimento LGBT+ e dimostrare le sue profonde radici storiche, ma di sottolineare come esso abbia avuto efficacia collaborando con tutte le minoranze dell’epoca. In questo modo esso è riuscito a costruire le basi per una vera e propria rivoluzione, e dunque un avanzamento verso l’egualità.

Quello di Black è un manifesto di speranza, la dimostrazione che when we rise (quando ci solleviamo) tutti, insieme, a prescindere dalla minoranza, la nostra voce viene ascoltata.

Mai come ora sembra necessario che lo si sottolinei e se qualcuno ha qualche dubbio in merito, basti sapere che – quasi ironicamente – la mini-serie è stata lanciata il giorno in cui il presidente Donald Trump ha revocato la norma di Obama sull’uso dei bagni scolastici in base alla propria identificazione gender.


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