Siamo in Colorado, in una riserva naturale della contea di Elbert.
A seguito di una serie di allagamenti il territorio su cui sorgeva la Lion’s Gate era divenuto inagibile ed era dunque necessario un trasferimento. Trasferimento che, a quanto dicono John Laub e Peter Wenney, titolari della riserva, sarebbe stato negato dalla commissione istituita dall’amministrazione locale per la valutazione del caso. Non vedendo altre soluzioni praticabili e temendo per la sicurezza degli abitanti, i due titolari hanno ritenuto che la scelta migliore fosse somministrare la “dolce morte” agli undici animali presenti. Hanno dunque soppresso i tre leoni, le tre tigri e i cinque orsi di cui si erano resi responsabili. “Non esistevano altre opzioni” si sono difesi.

Cholo (foto: Lions Gate Sanctuary)

Ma i tre membri della commissione non accettano che la colpa ricada su di loro e hanno comunicato in una nota che la richiesta di trasferimento non solo “non conteneva piani di emergenza chiari che assicurassero la sicurezza sia degli animali che dei residenti nelle zone limitrofe” ma anche che un’altra riserva si era resa disponibile ad accogliere gli animali qualora la Lion’s Gate non fosse più stata in grado di occuparsene.
Hanno inoltre aggiunto che i titolari avevano garantito che avrebbero comunque proseguito la loro attività, qualunque decisione fosse stata disposta dall’amministrazione della contea. “Per via di questo, la notizia dell’abbattimento da parte del Lion’s Gate di tutti gli animali, in tempi così rapidi dopo la nostra decisione, è stata uno shock”

Kenya (foto: Lions Gate Sanctuary)

La polemica è continuata e i due proprietari hanno insistito nell’affermare di non avere avuto altre scelte e che la decisione di negare il trasferimento era stata presa su motivazioni indipendenti dalla legislatura. “Diversi organi di governo avevano autorizzato lo spostamento, basando la propria decisione sulla legge. Ma tre commissari di contea hanno negato il permesso basandosi sulle emozioni e sulle proprie esigenze elettorali

Mina (foto: Lions Gate Sanctuary)

In qualunque modo si siano svolti i fatti, il risultato finale rimane lo stesso. Undici animali sono stati uccisi. Sono stati ritenuti oggetti di proprietà, di cui sbarazzarsi, senza alcuna conseguenza legale, nel momento in cui il loro possesso fosse divenuto un peso.

Purtroppo questo non è un caso isolato. Basti pensare che ogni anno nel Vecchio Continente vengono soppressi tra i tremila e i cinquemila animali di grossa e piccola taglia. Questi almeno sono i numeri stimati dal dottor Lesley Dickier, direttore esecutivo dell’Associazione Europea degli Zoo e Acquari (Eaza) durante un’intervista rilasciata nel 2014, considerando l’eutanasia di ogni forma di vita, dalla più piccola alla più imponente. La motivazione di base sarebbe di mantenere una equilibrata varietà genetica tra gli animali in cattività. Si ritiene inoltre molti animali vivano meglio in cattività che in natura. Dove il sottinteso è che così facendo li si possa più facilmente tutelare e preservare, riducendo il rischio di estinzione a seguito dell’azione dell’uomo nei loro luoghi d’origine.

«Perdere questa diversità sarebbe un danno anche per i possibili programmi di reintroduzione in natura – spiega il dottor Dickier – Sono molti i casi di successo che confermano l’utilità di questa posizione. Ora la popolazione delle tigri è più stabile e sicura nei nostri zoo che in natura. Ci sono casi come la grande scimmia leonina, un primate del Sud America, che esiste solo grazie agli zoo. Molti altri animali vivono pessime condizioni in natura mentre sopravvivono in cattività».

Questo almeno fino a nuove esigenze di budget. Quando l’interesse o la convenienza economica per la tutela di una determinata specie dovesse svanire, si potrà decidere se valga la pena continuare ad occuparsene o meno.

È un atteggiamento questo che rivela come l’uomo si sia attribuito un ruolo che non suo. La superiorità della specie umana non dovrebbe spingere a considerarsi padroni, bensì custodi del mondo che ci ospita. Si dovrebbe pensare a preservare l’equilibrio lì dove questo si è creato, senza illudersi di poterlo riprodurre artificialmente dove più fa comodo e prima di distruggere ed abusare del territorio, di spingere intere specie sull’orlo dell’estinzione rendendo indispensabile il loro inserimento in oasi protette, ma artificiali, si dovrebbe riflettere sulle conseguenze di un simile processo. E bisognerebbe pensare a come tutelare i diritti degli animali e a fare in modo che siano sottoposti alle sole leggi della natura, invece che a politiche di conservazione dettate principalmente da interessi economici.

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