Tutti i ragazzi sanno che il 2 giugno si resta a casa, prendendosi una pausa spesso di prima estate nel periodo delle ultime verifiche, o di preparazione degli esami. Pressoché tutti sanno anche che a questo giorno corrisponde la festa della Repubblica, ovvero il giorno nel quale un referendum sancì la fine della monarchia, ma soprattutto un taglio netto con ciò che il Paese era stato negli anni precedenti, in 20 anni di fascismo. Repubblica, per l’Italia, in quel 2 giugno del 1946, ha sancito però anche il processo che ha portato alla stesura di una nuova Costituzione. Da qualcuno in un eccesso di retorica definita “la più bella del mondo”, ma senza dubbio con passaggi guardati con ammirazione da numerose nazioni. Un segno, anch’essa, di una temperie in cambiamento.

Sono trascorsi 71 anni, i ragazzi che allora sognavano un futuro nuovo sono ormai sempre meno, e chi oggi ha la loro età di allora vive un mondo completamente diverso. Che senso ha per loro questa festa? La Repubblica, la Costituzione, sono concetti capaci di parlare anche agli adolescenti del Duemila?
Se lo è chiesto Marco Antonsich, docente di Geografia umana all’Università inglese di Loughborough. Per rispondere è tornato in Italia, in particolare in quattro licei di Milano. E parlando con gli studenti che qui ogni giorno crescono ha scoperto che “la Costituzione viene spesso citata dai ragazzi con genitori stranieri. Per loro, più che per i ragazzi senza genitori stranieri, la Costituzione è il pilastro della nazione, ciò che tiene unito un Paese etnicamente eterogeneo”.
Se già D’Azeglio, con il formarsi dell’Italia come espressione geografica, si richiamava alla necessità di fare gli italiani, il compito si fa ancor più pressante oggi, quando il senso della parola “italiano” acquisisce un nuovo senso.

2 giugno nuovi italiani

Secondo i liceali milanesi, “italiano” oggi non è chi ha determinate caratteristiche, ma chi in Italia è nato e cresciuto. I ragazzi, cioè, con cui i loro coetanei intrecciano relazioni, condividono esperienze anche minute. Una Repubblica, insomma, fondata sulla quotidianità. Una nazione nella quale non c’è spazio per i diversi, ma non a causa del vento razzista che pare spirare in molta parte dell’occidente. Si tratta invece di una motivazione molto più acuta e sorprendente: “in un certo senso, parlare della diversità significa confermare che uno è diverso. Mentre i “diversi” — per colore della pelle, religione o qualsiasi altra caratteristica — sono i primi a volere essere trattati non come un’eccezione, ma solo come italiani“.

Sono proprio questi giovani italiani ad amare, più di molti loro coetanei, la Repubblica e la Costituzione, che considerano capace di tenere unite le molte particolarità del Paese. L’Italia non si fonda quindi più soltanto sul dato concreto di un confine, ma sulla comunanza di valori che sono alla base della Repubblica: libertà, uguaglianza, diritti.
Dal 2 giugno del referendum sono trascorsi 71 anni, ma sono proprio questi ragazzini a dimostrare il futuro abbia solide basi anche in questo passato.

Fonti: Dichiarazioni, Antonosich, Università, D’Azeglio