Sono sempre stato un superstite, un salvato. Da cosa, ancora, non saprei dire. La mia casacca verde marcio mi puzzava addosso quando ero ragazzo, quando avevo in braccio i fucili che non volevo. Attraversavamo i campi con le macchine e i carri; io guidavo, gli altri marciavano con le loro scarpe rotte ridotte a brandelli, con le suole zeppe di fango e le facce spente, tanto sporche quanto tristi e perdute. Non avevo letto, non mi piaceva leggere: dico sulla carta, non sui volti. I volti altrui li vedevo bene ogni mattina schierati in fila per ordine, ma non vedevo la mia faccia e, in fondo, non la conosco come potrebbe conoscerla Antonio.
Al Sud non c’era niente: campi, campi, campi, asini nei cortili e gente misera cui noi davamo il sapone, quando noi avevamo le sigarette americane in tasca e ballavamo con i compagni d’oltreoceano. Le persone del Sud erano strane, non sono mai riuscito a comprendere la loro lingua: anche se parlavano forte, ad altissima voce, io non comprendevo, non riuscivo. Forse capivo però di più degli americani, o forse meno, non saprei dire. Sta di fatto che il sapone grosso che noi consegnavamo alle famiglie, che sempre ringraziavano in qualche modo, era un modo per pulirsi che loro non conoscevano: noi lo consegnavamo per donare loro pulizia, e loro lo mangiavano. Ho sempre pensato che forse l’uso che quei dannati facevano delle saponette fosse quello realmente corretto: sapevano che lo sporco esterno si lava, e che la sua puzza è qualcosa cui si può rimediare; loro si battevano per la pulizia interna, erano forse profumati dentro. Non credo anzi sia stato così, era gente sporca, ma così mi piace pensare perché ho visto troppe cose che non hanno un senso e a furia di vedere cose il mio cervello si è abituato a dare un motivo, solitamente fin troppo positivo, a ciò che i miei nervi ottici riportavano a casa.
Arrivammo al campo e ci adagiammo nelle tende e nel nulla, sull’erba e sugli escrementi delle vacche e delle capre; i pastori urlavano: avremmo rubato tutto, le case, le mogli e il bestiame. Avremmo, ne ero sicuro, perché questo sempre accadeva: i soldati che conoscevo andavano alla ricerca di ragazze e mentre alcune cedevano al fascino della divisa o all’accento americano di qualche fortunato, altri meno baciati dalla bella sorte non esitavano a usare la forza per trarre godimento da un capriccio che avrebbe rovinato l’esistenza di qualche donna. Chissà poi perché, me lo sono sempre chiesto: io ero pure un ragazzo, e il mio istinto parlava forte e chiaro. Avevo già il comandamento di uccidere imposto da chissà chi, e non vedevo il motivo per introdurre in me un nuovo ordine, un ordine che non veniva nemmeno dall’esterno, di cui non c’era bisogno, in termini spicci, ma che veniva solo e soltanto da una malsana libidine: una cosa gratuita, come se ne vedono tante e come tante ne ho viste. Facevo finta di non sentire quello che udivo: potevo comprendere chi rubava una gallina, una pecora, ma non chi rubava una donna lasciandole magari un ricordo di sé in lei. Come si potesse fare l’amore in tempi così, poi, io non so; o meglio, come si potesse desiderare di godere dopo i corpi trucidati aperti alla vista io non ho mai capito. Ho sbagliato, quello non era fare l’amore; quello era ammazzare. È forse per questo che loro ci riuscivano: era come infilzare con il collo del fucile, una baionetta, un pugnale, un nemico. Ecco perché riuscivano.
Mi ricordo che sopra la collina dove eravamo stava un bel complesso vecchio come Noè e come forse il mondo, un luogo abbandonato e bizzarro, chiuso in sé. Le pietre sembravano serrate entro l’interno della struttura e chiudere completamente la loro visione al mondo esterno: facevano finta di non vedere e non sentire, come se avessero davvero dei sensi. Il cielo era grigio e nuvoloso, plumbeo quasi, ma non piovve, perché l’acqua purifica le anime, e le nostre, malgrado fossero tutte innocenti nel fondo, avevano ucciso senza forse volere – e quando non si vuole fare una cosa che si è costretti a compiere si cerca di trarne il maggior godimento possibile, e così a volte uccidevamo per non piangere, per poi piangere lo stesso sul nostro medesimo sangue.
Volavano alti degli uccelli; avevo voglia di sparare e uccidere quelle bestiole che a differenza mia potevano scappare con i loro stessi mezzi, indipendenti da tutto e da niente: io li guardavo dal mio basso e per poco non mi giunse una schizzata calda bianca in viso. Maledetti uccelli, voi che non sapete cosa è dolore e morte, voi potete fuggire, mentre io, che sono un minuscolo atomo bianco in questo prato verde, colore della speranza che è la tua unica religione assieme al non morire, sono condannato qua, fermo, obbediente a ciò che mi si dice e mi si ordina. Se c’è una cosa che avrei voluto sempre uccidere in quegli anni erano proprio i volatili: avrei voluto fare il pilota di aerei, ma no, io guidavo i camion sulla nuda terra e trasportavo, qualche anno prima, i soldati tedeschi e non gli italiani: sia chiaro, non per mia scelta, ma perché, nonostante fossimo alleati, i ragazzi tedeschi battevano col calcio del fucile sulle nocche degli italiani che stanchi di camminare tentavano di salire nel culo del camion. Avevano le mani rotte, i piedi pure, e il cuore che non esisteva più. Dove avevano il cuore quei tedeschi? Io non saprei, forse erano nati senza quello e senza lacrime.
L’onda di fuoco è una delle cose che più ricordo e più vorrei dimenticare. Eravamo sotto a un luogo santo – così appresi – che avremmo contribuito a distruggere. La nostra forza era il non sapere niente e il sapere soltanto di non volere morire. L’animale, così mi pareva quella lingua di fuoco che lasciava cenere, si agitava per il campo girando a destra e a sinistra all’impazzata. Se avessi conosciuto un po’ di Dante avrei pensato a un qualche girone infernale: io so cosa si prova a essere in una delle malebolge, ma so anche cosa si prova a essere ficcato lì senza colpa. Io non ero ebreo, ma ero un ragazzo italiano, cristiano, e avevo la colpa di essere giovane e di dover servire a qualcuno. Cristiano, io dico; lo ero, sì, ma forse no. Avevo davanti a me due comandamenti: non uccidere e uccidere, ed entrambi li rispettai: non uccisi me, ma dovetti uccidere gli altri. In quei momenti, quando tu sfuggi alla morte come se fosse il gioco del gatto e del topo ti accorgi di quanto l’essere umano non sia fatto per morire, ma per vivere, e che per vivere è pronto a fare qualsiasi cosa. Eravamo dei topi affamati in un’arena: dovevamo morire e ucciderci tutti, ma nessuno di noi voleva abbandonare il mondo in cui era nato. Così si ammazzava, sì: l’unica differenza stava nel diverso grado di sadismo presente nelle persone: in alcune più sviluppato, in alcune un poco aggettante, in altre, come me, completamente assente. Quella era la difficoltà, perché io pregavo ogni sera il Signore di non ammazzare nessuno la notte o il giorno dopo; ma il Signore non sembrava ascoltare. Il mostro si agitava di continuo e quello che più mi faceva specie era che usciva fuori dal nulla, enorme, gigantesco, e il suo suono luciferino penetrava le membra anche a distanza di metri o chilometri, perché quelli secondo me sono i suoni che si sentono nell’inferno. Noi non eravamo più sulla terra. Quando si cominciavano a udire i canti delle bombe e gli spari e le parole urlate quella non era più terra, quelli non erano più uomini. Cercavamo di dimenticare di avere dentro qualcosa di più profondo delle viscere che uscivano di pancia a tanti, cercavamo disperatamente di aprire gli occhi e di chiuderci la vista a tante cose che non si capivano. Ma noi, alla fine, era meglio se non capivamo: avviluppati dalle fiamme eravamo di fronte a una fine che non avremmo voluto, che nessuno di noi avrebbe voluto; e accanto al verso del mostro si udivano distintamente le risa di chi usava l’aggeggio da cui fuoriusciva imperiosa la lingua rossa e tremante. Speravo che la pioggia venisse, e che lo avesse spento, quell’aggeggio. Antonio era diventato una torcia vivente e come un lumino che muore di gola tentava di gridare nel silenzio generale sempre presente nelle nostre teste. Io non mi ricordo più, non voglio nemmeno ricordare. Ma è una cosa che non dipende dalla mia scelta. Era tutta un’arena vagante sulla terra e fra i campi verdi, che noi e loro lasciavamo nera, grigia e rossa. Gli unici fiori erano le dita, le teste, i piedi e le gambe: unici papaveri rossi in quella desolazione estrema. Le macerie erano come il nostro ventre e le nostre teste spezzate, letteralmente e non. Noi eravamo pieni di domande e vuoti di tutto, pure di noi stessi, che dopo aver combattuto ci guardavamo assenti come se fossimo morti anche noi. Il cielo era muto e come l’abbazia era sordo. Non ci ascoltava, non ascoltava nessuno; e Dio, mi dissi, è tristemente disabile.

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