Avete mai pensato che dormire in pubblico potesse essere considerato degno di rispetto e ammirazione? Se pensate che non sia possibile, l’esperienza dei giapponesi al lavoro vi farà ricredere.

Uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances nel maggio 2016 ha mostrato le differenti abitudini sul sonno che esistono ai quattro angoli del pianeta, naturalmente influenzate da stili di vita lontani fra loro. Da questo studio è emerso che fra i due paesi dove si dorme meno (circa 7 ore e 24 minuti a notte) vi sia il Giappone, affiancato da Singapore. I giapponesi, infatti, hanno una concezione del sonno molto diversa dalla nostra: orgogliosi di impegnarsi sempre al massimo nel lavoro, considerano un lungo sonno notturno un segno di debolezza; vanno sempre a dormire piuttosto tardi e si svegliano presto. Da qui la necessità di riposare durante il giorno: questa pratica, divenuta simbolo di forza e di produttività, viene chiamata «inemuri».

La pratica dell’«inemuri» è una questione molto seria in Giappone, al punto che le aziende giapponesi predispongono sale adibite al riposo diurnopiù comunemente chiamato «pisolino» – che di solito ha una durata di trenta minuti. Come accennato sopra, l’esigenza del riposo diurno è emersa a causa delle altissime aspettative che i datori di lavoro hanno nei confronti dei loro dipendenti, arrivando a richiedere loro oltre cento ore di straordinari al mese. Schiacciare un pisolino di giorno, per tali ragioni, ha acquisito rispettabilità.

Il dato preoccupante riguardo a tale situazione è la mole di stress che ricade sui lavoratori, che, fra un senso del dovere decisamente sopra la media, le ore di straordinari e il poco sonno, rischiano il «karoshi», cioè la morte per sfinimento. In Giappone si registrano ogni anno moltissimi casi di «karoshi»: con questo termine si indicano sia le morti naturali, che i suicidi imputabili a una situazione di stress e sovraccarico insostenibile. L’ultimo episodio di questa tragica lista è stato il suicidio nel dicembre del 2016 di Matsuri Takahashi, una giovane dipendente della Dentsu, la più grande azienda pubblicitaria in Giappone. La giovane, dal momento dell’assunzione nell’aprile 2015, per nove mesi è stata costretta a fare straordinari mensili di cento ore. Dopo la sua morte, l’azienda, già coinvolta in passato in un caso analogo, ha tentato di insabbiare le email che la dipendente inviava alla madre circa la quantità massacrante di lavoro che le era richiesto. A seguito di tale vicenda è stata avviata un’inchiesta da parte del ministero della Salute e del Welfare riguardo le pratiche lavorative dell’azienda; Tadashi Ishii, presidente della Dentsu, ha rassegnato le dimissioni, scusandosi per non aver potuto evitare che ciò accadesse e assumendosene la responsabilità.

Il Giappone, non è difficile immaginarlo, ha il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi 22 anni. Ma il prezzo da pagare dev’essere davvero così alto?

 

Fonti:

Crediti immagini: immagine 1, immagine 2

www.corriere.it

www.focus.it