Di solito, quando si parla di hip hop e rap, si sottintende l’aspetto oscuro che nascondono. Traffico di droga, prostituzione, sparatorie e rivalità tra gang di strada sono lo sfondo dei grandi rapper che hanno fatto la storia di questo genere. Finché non tiri troppo la corda e ti ritrovi dentro una cassa di legno. Ma non è questo il caso. Più che altro, è l’eccezione che conferma la regola. Gilda “Pinky” Terry, già madre di Donald e Leroy Phinazee, il 30 maggio del 1974, dà alla luce il piccolo Lamont Coleman, in uno dei quartieri più pericolosi della grande mela, ovvero Harlem. A detta del figlio più grande Donald, Gilda è stata una madre affettuosa verso I suoi figli e fece altrettanto con l’ultimo arrivato. È un ambiente difficile quello di Harlem, quello tra la 139th street e Lenox Avenue, la cosiddetta “danger zone”. La criminalità imperversa nelle strade e cacciarsi nei guai è facile. Ma Lamont non è un tipo stupido. Fin da giovane, quando frequentava la Julia Richmond High school e bazzicava nei dintorni di Savoy Park, iniziò a maturare un interesse per la musica rap, cosa comune per un ragazzino di colore di quell’epoca. Così all’età di 16 anni inizia a farsi conoscere in giro con il nome di Big L ed è intenzionato a dedicare alla musica tutto il tempo possibile. Quanto poco sarebbe stato non poteva saperlo. Comunque sia, nel 1990 forma la Three The Hard Way con un gruppo di amici ed inizia a scrivere le prime rime, ma il progetto non dura molto. Big L però era determinato e, seppur giovane, aveva talento da vendere. Iniziò a partecipare a freestyle battle ed a sfidare chiunque nel suo quartiere, battendo tutti e vincendo qualsiasi contest. La notorietà arrivò da sé. Sempre lo stesso anno, Big L entrò nei Children of the Corn, di cui facevano parte Mase (all’epoca Murda Mase) e Cam’ron (Killa cam), dopo aver incontrato Lord Finesse presso un barbiere sulla 125th di Harlem. Grazie al loro casuale incontro e, successivamente, con il singolo horrorcore “Devil’s Son”, L firma un contratto con la Columbia Records, con la quale produce il suo primo album Lifestylez ov da Poor & Dangerous. Nello stesso periodo e con la stessa etichetta un giovane Nas preparava il suo album d’esordio Illmatic. Ma questa è un’altra storia.

Ritornando a Big L, l’album descrive l’ambiente di Harlem, molto caro a Malcom X, svelando ciò che è veramente. Parla dei suoi aspetti come se fosse un prodotto marcio di quel quartiere buio, violento e malfamato, indossando i panni di un criminale spietato, pieno di ego e fiero di ciò che commette. Big L, così facendo, diventa l’orgoglio per gli abitanti di Harlem e il pubblico ne risponde positivamente. Ma non basta. La Columbia sperava che sfondasse nella platea mainstream e che divenisse l’idolo del pubblico “pettinato”. Per intenderci, lo stesso pubblico descritto da “Big Poppa” di Notorious B.I.G. Visti i risultati, che non coincidevano con le aspettative, la Columbia lo scarica. Ma non sarà questo a buttarlo giù. Lamont non si perde d’animo e fonda una propria etichetta indipendente, la Flamboyant Entertainment, ed inizia a lavorare al suo prossimo album, The Big Picture. E non è tutto. Proprio quando si chiude la porta della Columbia Records si apre quella della Roc-A-Fella Records di Jay-Z e Damon Dash. Le trattative si protraggono poichè L avrebbe firmato solo se fossero stati coinvolti pure I membri della sua crew, McGruff e C-Town. Ma si sa, quando si parla di rap, è difficile trovare un lieto fine. I lavori del secondo album e le trattative con l’etichetta non si conclusero mai. Il 15 febbraio del 1999, dirigendosi verso la casa della madre con una scatola di cioccolatini, perché, anche se in ritardo di un giorno, alla persona che ami e che ti ha accudito per tutti questi 24 anni devi per forza fare un regalo, viene raggiunto da 9 colpi di pistola, vicino a Savoy Park. Lo stesso parco in cui dava lezioni di freestyle a chiunque negli anni del liceo. Si dice che fu ucciso per vedetta nei confronti del fratellastro Leroy Phinazee, che all’epoca dell’omicidio di Big L si trovava in carcere, o semplicemente perché fu confuso appunto con lui. Tutti ad Harlem conoscevano Big L, soprattutto il suo assassino ed amico d’infanzia Gerard Woodley. E come succede sempre in questi casi, le prove risultano insufficienti e il colpevole viene rilasciato poco dopo. Successivamente anche il fratello Leroy, in cerca di vendetta, trova la stessa sorte, dello stesso sicario, nella stessa strada. Tranquilli, se la giustizia non fa il suo dovere, ci pensa il Karma.
“He did a lot of bad things and someone decided it was time to go…”
E così è stato. A cavallo tra il 23/24 giugno del 2016 Gerard fu ritrovato con un colpo di pistola alla testa. Aveva tirato troppo la corda. Big L fu una giovane promessa dell’Hip Hop, un esempio di pudore e lealtà che nel mondo musicale odierno si fa fatica a trovare. Un ispirazione per le generazioni future di artisti. L’album The Big Picture fu fatto uscire postumo e vanta anche le collaborazioni di Fat Joe, Tupac e Big Daddy Kane, vincendo inoltre il disco d’oro. Un ragazzo talentuoso e pieno di principi, ucciso per sbaglio. Big L rest in peace.


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