Gli anni delle 2 guerre portano con sé generazioni d’artisti passionali che han risposto al frastuono dei bombardamenti con il cantautorato, con testi critici e taglienti, oppure raccontando ad una nazione in guerra storie senza bombe e spari. Tra le due guerre ed esattamente nel 1934 a Livorno, davanti alla casa di Amedeo Modigliani, nacque Piero Ciampi, cantautore in attività tra gli anni ’60 e ’80. Ben presto la famiglia Ciampi abbandona la città natale sotto bombardamento, fuggendo dalla guerra prima nelle campagne pisane e poi a Milano, per poi tornare a Livorno quando non c’eran più rumori di bombe ma l’eco di poesie decorate dalle corde della musica popolare italiana.

Molte canzoni di Piero Ciampi, considerato da Gino Paoli un “genio incompreso”, possono esser considerate come manifesti bohème, il suo modo d’essere artista si riflette, come dice in “Ha tutte le carte in regola (per essere un artista)”, nell’avere un carattere melanconico, bere come un irlandese, e nell’empatia con i disperati che ciondolano tra i vicoli delle strade. La sua poesia si nutre del rosso del vino e delle sue passioni, in particolare quella per le donne, tanto amate e per questo odiate altrettanto intensamente. Da canzoni come “Il vino” e “Ma che buffa che sei” emerge il suo modo di rapportarsi col mondo, inebriarsi d’amore per poi odiare la donna che l’ha lasciato solo e vuoto come un bicchiere passato fra le sue mani e le labbra. Arpeggi di chitarra classica, trombe con note basse e melanconiche, accompagnate talvolta dal contrabbasso , strumento che imparò a suonare da autodidatta, creano un “genere-non-genere” definito dal cantautore Eugenio Ripepi Canzone Teatrale, comunicando la drammaticità di nottate e amori affogati nel vino.

I suoi lamenti cadenzati, pieni di drammaticità, sembrano dare voce e musica ad Andreas Kartak, personaggio protagonista del racconto di Joseph Roth La Leggenda del Santo Bevitore, e i suoi dischi risuonano come borbottii di un saggio ubriaco che parla all’ascoltatore come ad uno sconosciuto al bancone, quindi con estrema e limpida sincerità, senza risparmiargli un volgare “Vaffanculo” urlato sui tasti bianchi di un pianoforte jazz.


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