8 statuette agli Oscar del 2009, un regista – Danny Boyle – che ama le sfide, un film che intreccia il melodramma indiano e le aspirazioni di rivincita: “The Millionaire” è stata la grande rivelazione che ha infiammato il pubblico cinematografico.

Jamal Malik è un diciottenne di Mumbai che cresce nelle baraccopoli, tra criminalità e ingiustizie, e partecipa al quiz televisivo Chi vuol essere milionario?  arrivando fino all’ultima domanda -“Qual era il nome del terzo moschettiere?” – per aggiudicarsi 20 milioni di rupie. A spezzare la tensione nello studio, viene ripercorsa con la tecnica del flashback la vicenda personale di Jamal, dalla sua infanzia trascorsa con il fratello maggiore Salim e l’amica, nonché amore della sua vita Latika, fino alle torture subite dopo la vittoria al quiz, perché accusato di aver imbrogliato.

Da bambino di strada, Jamal non vuole arrendersi ad un destino già scritto, ma inizialmente viene assoldato con altri orfani da uno sfruttatore per fare l’elemosina tra le strade di Mumbai, fino a lavorare poi in un call center. Ma, nel frattempo, perde Latika, ancora nelle mani dello sfruttatore, e il fratello entra a far parte della banda di un boss mafioso della città. Tra i vari tentativi di salvare Latika fino alla morte del fratello, Jamal solo nel finale riesce ad avverare la sua favola ricongiungendosi con la ragazza e vincendo il montepremi.

Boyle offre con The Millionaire uno spaccato culturale e sociale dell’India contemporanea, afflitta dalla criminalità e l’ingiustizia sociale e divisa dal sistema delle classi, un rigido meccanismo ereditario di divisione sociale. Le caste sono gruppi chiusi, che non consentono la mobilità, da cui non si può scappare perché segnano l’esistenza di ognuno e influenzano inevitabilmente gli equilibri di potere. Nel film, sono rappresentate le condizioni disumane delle baraccopoli, le situazioni di povertà assoluta, le repressioni della polizia, la delinquenza e le violenze delle organizzazioni criminali, fino alla raffigurazione della condizione della donna di schiavitù al servizio dei potenti: esempio lampante della totale assenza di libertà.

A colpire l’attenzione nella pellicola sono i colori straordinari, che aiutano a tessere la storia stessa: spiccano l’arancione, il rosso e l’ocra delle spezie, dei vestiti degli indiani e dell’atmosfera. E le musiche che guidano lo spettatore tra le strade di Mumbai. Non solo guardiamo il film, ma lo assaporiamo in tutti i suoi aspetti, percependo un barlume di speranza: è una rivincita sociale, una vittoria dopo un coraggioso conflitto contro il destino, è la storia di una fuga e di un favola.

Non a caso ha ottenuto gli Oscar per il miglior film, miglior regia, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior canzone originale (Jai Ho del compositore indiano Allah Rakha Rahman), miglior sceneggiatura non originale e miglior sonoro.

Incredibile anche la prova dell’ormai affermato Dev Patel e di Ayush Manesh Khedekar e Azharuddin Mohammed Ismail, che interpretano i fratelli, Jamal e Salim, da bambini.


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