Il metodo Stamina recentemente è tornato alla ribalta nei media. Dopo qualche anno di imbarazzato silenzio in TV, radio e giornali sono dovuti tornare a parlare di questa storia per l’arresto di Davide Vannoni. La vicenda della truffa di Vannoni sembrava destinata a quell’oblio che i mass media solitamente riservano a quei fatti che improvvisamente prendono una piega per loro inaspettata, imprevista e perfino pericolosa.

Il caso infatti scoppiò nel 2013 proprio a causa dei grandi mezzi di comunicazione: una serie di servizi andati in onda nella trasmissione Le Iene diede risonanza nazionale a quel “metodo” a base di cellule staminali con cui Davide Vannoni sosteneva che si sarebbero potute guarire gravi malattie neurodegenerative. Per mesi Le Iene a ogni puntata proponevano servizi in cui Davide Golia raccoglieva il dolore di famiglie la cui unica speranza per i piccoli figli colpiti da terribili sofferenze sembrava essere rappresentata da quel metodo messo a punto da una personaggio da cui la medicina tradizionale metteva in guardia. Il mondo scientifico, infatti, subito sottolineò come questo procedimento non avesse mai superato nessuna sperimentazione, non fosse mai stato discusso e presentato in sedi scientifiche, mancasse di documentazione. Ma queste apparivano parole dure e insensibili a un’opinione pubblica colpita dalle storie di dolore indicibile strumentalizzate da Vannoni. Giornali e TV raccoglievano l’indignazione delle famiglie e scesero in campo anche big del calibro di Adriano Celentano a chiedere il diritto alle “cure compassionevoli”. Nel nome del diritto alla speranza che si andava propagandando nei media Ministero della Salute e giudici autorizzarono cure condannate dagli organi preposti (cioè l’AIFA).

Nel corso del 2014 però il caso prese progressivamente una piega sempre più problematica con il rinvio a giudizio di Davide Vannoni per associazione a delinquere. A questo punto la vicenda iniziò a diventare problematica per i media che l’avevano cavalcata. Perfino Le Iene cercarono di smarcarsi dichiarando in una lettera a “La Stampa” che “la nostra unica colpa è esserci appassionati a storie di gravi malattie”. Il caso fu quindi abbandonato a un silenzio imbarazzato. È interessante però notare come oggi, che per necessità si è dovuti tornare a parlare di quei fatti, tutti gli articoli siano accumunati dallo sdegno per il truffatore. Sono ormai un lontano ricordo le battaglie e l’indignazione per il diritto alle cure compassionevoli che una fredda burocrazia e una scienza senza cuore avrebbero negato a poveri bambini sofferenti.

Nel 2013 nessuno ancora parlava di fake news e post verità, ma forse quelli sarebbero i criteri interpretativi con cui meglio si potrebbe riassumere una vicenda in cui il dolore e la buona fede fu strumentalizzata a proprio uso e consumo da abili truffatori (Vannoni non a caso era laureato non in Medicina ma in Comunicazione). E da questa storia si potrebbe trarre anche la dimostrazione che le fake news non sono certamente solo responsabilità dei social media ma hanno solide e ben piantate radici anche nei media più mainstream.

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