Kali (la “Nera”) è una delle più spaventose divinità del pantheon induista. Proprio questa sua caratteristica e il suo sanguinoso culto l’hanno resa famosa: in particolare la setta dei thug, con i loro sacrifici umani in onore alla dea, ha attirato l’attenzione di autori come Jules Verne, Mark Twain e Emilio Salgari. Nonostante questo, troviamo che Kali è stata talvolta definita con gli attributi di “mite” e “benevola”. Come si spiega questa contraddizione?

Kali è spesso raffigurata come emaciata e spaventosa, ornata di teschi, mani mozzate e ricoperta di sangue. Si aggira in luoghi di cremazione e sui campi di battaglia. È la negazione di ogni bellezza e piacere, l’immagine stessa dell’orrore e della morte. Essa compare a volte come nata dalla collera di Durga, la dea guerriera, o come trasfigurazione irata di Parvati, consorte di Shiva. Con il suo comportamento sempre selvaggio e distruttivo, con il suo essere violenta e assetata di sangue, Kali è l’espressione delle forze più oscure e crudeli presenti nel mondo e nell’uomo. Famoso è il suo combattimento con il demone Raktabija (“Seme di sangue”), che duplica sé stesso ogni volta che una goccia del suo sangue cade al suolo: Kali lo sconfigge succhiando il liquido vitale e divorando le copie che il demone ha prodotto.

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Il culto di Kali era il più cruento dell’Asia: se comune era il sacrificio di animali, i devoti potevano offrire pezzi della propria carne o il proprio sangue, fin anche immolarsi alla dea. Riti macabri venivano eseguiti per evocarla e la salvezza veniva raggiunta in seguito a esperienze raccapriccianti (ghora).

Quanto finora descritto allontanerebbe Kali da ogni associazione alla benevolenza e alla fecondità; ma allora perché definirla anche mite e benevola? Innanzitutto bisogna sapere che tutte le divinità femminili hindu sono manifestazioni di una Grande Dea. Si tratta di una figura antichissima e ambivalente: da un lato fonte della vita e madre generosa, dall’altro è una forza terribile e infausta, che pretende offerte di sangue, carne e alcool. Le divinità femminili sono sue emanazioni e riflettono questa ambivalenza: possono essere infatti “dee del dente”, feroci e pericolose, o “dee del seno”, generose e feconde. Kali e le altre dee terribili rappresentano una sorta di necessario aspetto complementare della Dea concepita in termini di benevolenza e generosità: la Dea offre vita e alimento, ma affinché la sua benevolenza perduri è necessario rigenerarla col sangue, l’energia vitale.

Kali quindi, come le altre dee indiane, partecipa insieme alla fecondità e alla distruzione, alla nascita e alla morte: accanto ad una forma mite vi è anche una forma terribile. È un concetto non facile da capire per noi che abbiamo una mentalità molto diversa da quella dell’induismo, il quale vede il male come parte integrante del mondo, un qualcosa che deve essere combattuto ma che anche possiede una funzione benefica: distruggere un qualcosa perché esso possa rinascere migliore.

Fonti:

-Boccali, Pieruccini, Induismo.

-Gavin Food, L’induismo. Temi, tradizioni, prospettive.

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