Nei giorni attorno al 25 aprile, fioriscono le storie dei partigiani, elementi fondativi di una memoria da non perdere. E ogni parte rivendica la propria partecipazione, e si insiste sul colore dei fazzoletti al collo: rossi: i comunisti; bianchi: i cattolici; azzurri: i monarchici.

Si tende, però, spesso a pensare che quello del partigiano fosse un lavoro da uomini. Le donne – che pure non mancano – sono spesso annoverate fra le staffette; salvo rare eccezioni, non sempre il loro contribuito viene sottolineato come meriterebbe. La storia della Resistenza invece custodisce storie interessanti, non sempre note ai più. Ad esempio, quella che riguarda la liberazione di Napoli.
La ribellione ai nazifascisti ha il suo apice nelle celebri Quattro Giornate di Napoli, iniziate il 28 settembre. Ma non è stato tutto qui. Sono state le donne a dare inizio alla rivolta, e non nella data che segna la Storia, bensì qualche giorno prima, il 23. Si tratta del giorno in cui fu promulgata la legge Sholl, che obbligava trentamila napoletani a presentarsi al reclutamento, altrimenti sarebbero stati fucilati. Le protagoniste della Liberazione napoletana, invece, sono state le donne, ma non solo. Le madri e le sorelle di quei ragazzi li nascosero con ogni stratagemma – racconta una delle figlie, Gaetana Morgese – tra cui, ad esempio, fingere di avere contratto la lebbra. Le donne però non si limitarono a nascondere i disertori, ma si diedero da fare in prima persona, sulle barricate. Accanto a loro, tra gli anziani e gli scugnizzi, una categoria passata sotto silenzio pressochè sempre: i femminielli.

Con questo termine si designavano, nella Napoli di allora, sia le transessuali sia omosessuali effeminati, spesso riformati dall’esercito proprio per questo motivo.
Per questo si trovavano in città in quei giorni e presero parte alle giornate di Napoli. In particolare furono i protagonisti della resistenza nel quartiere di San Giovaniello, dove vivevano in grande concentrazione, soprattutto per quanto riguarda la ricerca dei viveri.
Era una categoria umiliata e nascosta che i fascisti spedivano al confino, ma questo uso non terminò col regime. In quella occasione, però, i femminielli napoletani recuperarono la loro dignità di cittadini, e offrirono un fondamentale contribuito alla liberazione della città. Un gesto che fa da contraltare ai centomila gay e lesbiche morti nei campi di concentramento, segnati dal triangolo rosa per gli uomini e nero per le donne.

Ed è a questi morti che, nell’anniversario della liberazione del 1990, la città di Bologna ha dedicato un monumento, nei Giardini di Villa Cassarini. Un segno tangibile di una delle tante storie dimenticate del nazifascismo e della Resistenza.

Fonte: Vesuviolive