Salari, in media gli uomini guadagnano 1,8 euro all’ora in più rispetto alle donne”.

E’ così che Il Sole 24 ore il 4 gennaio 2017 apriva la pagina dedicata all’economia, offrendoci un’immagine cupa e triste di una realtà a noi oramai troppo nota.

Questi dati sono forniti da un’indagine ISTAT effettuata nel 2014, la quale rivela che il differenziale retributivo delle donne rispetto agli uomini è negativo e pari al 12.2 %”.
Tale svantaggio dilaga e cresce in maniera diversa a seconda del livello di istruzione, del settore lavorativo, dell’età e, da ultimo ma non meno importante, anche dal livello territoriale.

All’aumentare del livello di istruzione cresce la retribuzione oraria per uomini e donne, ma cresce anche lo svantaggio retributivo per le donne. Per le posizioni con la laurea e oltre la retribuzione delle donne è di 16,1 euro contro 23,2 euro degli uomini; il differenziale è quindi pari a -30,6 %.” (ISTAT, 2014).

Sono dati allarmanti quelli che vengono riportati, e a intensificare questa preoccupazione è la messa a confronto tra gli stipendi del 2013 e quelli del 2014, i quali testimoniano non solo come tra lavoratori e lavoratrici con titoli di studio uguali corrispondono stipendi diversi, ma asseriscono un ampliamento del “divario di genere” alla sola distanza di un anno. 11.459 è la differenza del reddito medio tra lavoratori donne e uomini con un titolo di studio pari o superiore alla laurea.

I dirigenti hanno una retribuzione oraria pari a circa cinque volte quella delle professioni non qualificate e oltre tre volte superiore alla media; per i dirigenti maschi la retribuzione oraria è oltre una volta e mezzo quella delle dirigenti femmine.” (ISTAT, 2014)

Il record negativo legato al settore lavorativo raggiunge i livelli più alti proprio nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, nelle quali

“gli uomini hanno uno stipendio medio orario, superati i 50 anni, dell’85% più alto rispetto alle donne.” (Il Sole 24 ore). 

Dunque, ancora una volta, ad incidere sulle disparità è l’età. Come è noto all’avanzare dell’età e all’aumentare dell’anzianità di servizio corrisponde un avanzamento della retribuzione oraria, la quale avrà effetti inevitabili che si ripercuoteranno sulle pensioni.

I differenziali di genere nelle pensioni non verranno colmati” fino a quando “non saranno superate le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro”, così riporta l’ISTAT nei dati ricavati nel 2014.

Donne

Si parla di “pensioni rosa” per indicare questi assegni più bassi che ricoprono il 53% delle pensionate, ma che assorbono in media importi di circa 6.000 euro inferiori a quelli maschili.

Si parla di “subordinazione” anche nei settori nei quali le donne in carriera guadagnano di più rispetto gli uomini. Ne è un esempio il commercio: qui i giovani con meno di trent’anni guadagnano il 7% in meno rispetto alle loro coetanee. Nonostante questo, al momento della pensione la “componente maschile” dell’impresa riscuoterà il 20% in più rispetto alle donne.

Ma a che cosa è dovuta questa disparità che si ripresenta anche nella tanto agognata pensione?
Le ricerche effettuate testimoniano come l’interruzione della propria carriera professionale da parte delle donne sia un fattore estremamente legato alla differenza di stipendio.
Interrompere la carriera, anche solo per un paio d’anni, comporta sacrifici per il futuro.
Il principale motivo che conduce a tale scelta è legato alla maternità (si calcola che una donna su tre dopo aver avuto un figlio lasci il lavoro). A questa tendenza, di conseguenza, coincide un aumento del part-time femminile.

[…]. Tali posizioni a bassa retribuzione si concentrano al Sud, […], tra le donne e i giovani, tra i livelli di istruzione più bassi e i part-timer.” (ISTAT, 2014)

Ad aggiungersi alle difficoltà lavorative quindi vi è anche il divario tra Nord-Sud, da sempre presente nel nostro Paese. Imprese isolate e piccole, dunque meno produttive: è questo ciò che riporta l’ISTAT. A pesare su questa situazione è la disoccupazione giovanile pari quasi al 50% (un tasso più del doppio rispetto al Centro-Nord).

Ma in conclusione: come porre rimedio a queste differenze salariali?

  1. Se iniziati, proseguire e terminare gli studi;
  2. Lavorare per una grande azienda;
  3. Non smettere di lavorare (scegliere, piuttosto, un lavoro part-time);
  4. Negoziare lo stipendio.

Nonostante queste differenze non si argineranno nel giro di pochi anni, non bisogna smettere di lottare facendo appello ai propri diritti: l’equità salariale deve essere un obiettivo, non un ostacolo.

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