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20 novembre 2017

HORCYNUS ORCA, IL MOSTRUOSO CAPOLAVORO DI D’ARRIGO

HORCYNUS ORCA, IL MOSTRUOSO CAPOLAVORO DI D’ARRIGO

Risulta difficile trovare, nel panorama novecentesco italiano, un’adeguata collocazione per un romanzo come Horcynus Orca. Si tratta di un’opera unica nel suo genere e che non sarebbe così errato definire mostruosa: una mole imponente, un groviglio di piani narrativi e stilistici che si sovrappongono, una fitta rete di simboli e metafore. Ma è soprattutto la straordinaria veste linguistica che rende le lettura di Horcynus Orca ardua e sconvolgente.

Già la sola vicenda editoriale basterebbe a rendere l’idea della complessità dell’opera. D’Arrigo iniziò a progettarla all’inizio degli anni Cinquanta e nel 1960, sul Menabò di Vittorini, vennero pubblicati i primi due capitoli sotto il titolo I giorni della fera. Questa prima versione, di fatto, era già conclusa e definita nelle sue strutture narrative, ma D’Arrigo iniziò allora quel febbrile processo di revisione linguistica e di ampliamento che si concluderà soltanto nel 1975, quando Horcynus Orca venne finalmente pubblicato da Mondadori. Il sostegno dell’editore milanese, che aveva riconosciuto in Horcynus Orca un capolavoro, fu senza dubbio decisivo per le sorti del romanzo.

Horcynus Orca si presenta subito come un’epos moderno. D’Arrigo narra del ritorno a casa di ‘Ndrja Cambria, marinaio della flotta italiana, in seguito all’armistizio dell’autunno 1943. ‘Ndrja percorre a piedi le devastate coste della Calabria fino a tornare al suo paese, Cariddi, sullo stretto di Messina. Nel suo viaggio, ma soprattutto a casa, ‘Ndrja prenderà coscienza dello stravolgimento del mondo e della corruzione della propria civiltà. Un’interminabile sequenza di visioni oniriche, ricordi, incontri e simboli preannunciano la tragica fine del protagonista.

Nel romanzo di D’Arrigo non c’è gesto che non venga irradiato dalla luce del mito. E, di conseguenza, non c’è mito che non venga desacralizzato. Le sirene diventano “femminote”, ovvero contrabbandiere ed una di queste, Ciccina Circè, apparirà nelle duplici vesti di divinità notturna, psicopompa e di sgualdrina.

Se l’epica greca esaltava i valori fondanti della civiltà mediterranea, l’epos moderno, come già dimostrato da Joyce e Eliot, non può che dissolvere i miti arcaici e cantarne la perdita. Se Ulisse, tornato a Itaca, incontrava una Penelope rimasta fedele ai sacri valori, ‘Ndrja osserverà malinconicamente la degradazione avvenuta nelle menti dei pescatori e del padre. Horcynus Orca è infatti un grande poema delle metamorfosi. La guerra non sconvolge solamente il paesaggio ma anche le coscienze degli uomini.

Incombe sul romanzo l’inquietante figura dell’Orca. Ad un lettore spregiudicato e moderno l’apparizione dell’Orcaferone potrà ricordare quella di una creatura lovecraftiana, o di un Kaiju giapponese. L’Orca è ovviamente simbolo di morte anzi, la Morte stessa, portatrice di corruzione e maledizione. Il tanfo che emana ammorba le coscienze dei pescatori. Muore una comunità che fino ad allora era animata da una rettitudine d’animo persino negli attimi più difficili. I pescatori, quasi un coro tragico, dagli scogli osservano ipnotizzati la scura massa dell’Orca vedendo in essa la possibilità di un facile arricchimento.

‘Ndrja è il giovane eroe che prende coscienza del male e a cui si ribella conservando una dolorosa fedeltà a se stesso. Il suo non è un ritorno come quello di Ulisse, ma un’iniziazione alla morte e una discesa agli inferi. E’ un eroe necessariamente sacrificale. In questo senso ‘Ndrja è più simile ad Achille, giovane ed immutabile, non ancora toccato da quel processo metamorfico a cui sfugge. Pur non conoscendo il proprio destino vuole sottrarsi a quello degli altri, in cui non si riconosce. In un mondo dominato dalla metamorfosi, la morte lo ferma in uno stato di giovinezza pura, ideale e incontaminata. L’intero romanzo non è che un apocalittico trionfo della morte, e il viaggio di ‘Ndrja non può che terminare nella tragicità del finale.

Ma la metamorfosi, quasi uscendo dalla storia, coinvolge pure il linguaggio. La lingua di D’Arrigo è mobile e viva, in costante trasformazione, e le diverse intonazioni e registri si attraggono a vicenda amalgamandosi. Non si contano i neologismi, i francesismi e i latinismi. E’ una lingua composita: su un italiano colto e arcaico, talora da prosa d’arte, si innesta il siciliano antico stratificato nella parlata popolare. Sono dunque tre i livelli stilistici di Horcynus Orca: il primo è dialettale, il secondo è puramente inventivo (aggregazione, deformazione…), e il terzo è l’italiano colto ed espresso in musicalità solenne. D’Arrigo è abile nell’orchestrare le disarmonie del proprio linguaggio esaltandole. La lettura è ardua, certo, ma non appesantita. Il lettore che saprà abbandonarsi al flusso del discorso imparerà a districarsi.

Quello di D’Arrigo è un “ordigno” letterario dalla struttura complessa contraddistinto da una vena fantastica che ne coinvolge associazioni e linguaggio. Si alternano le corde del tragico e del grottesco, del comico e del lirico, del visionario e del realistico. Qualcuno ha definito Horcynus Orca come “romanzo terracqueo”, ovvero anfibio, mutevole. Tra il groviglio dell’impianto narrativo e il magmatico tessuto linguistico risplendono attimi di bellezza e intensità poetica.

Horcynus Orca è un romanzo che senza dubbio occupa una posizione capitale nella letteratura italiana. Spesso ignorato, o evitato per la sua complessità, è scarsamente considerato fuori dalla cerchia dei lettori specialisti. Quel che è certo, è che Horcynus Orca è una di quelle letture che restano impresse e che si fanno apprezzare e comprendere parola dopo parola.

Fonti: Introduzione di Giuseppe Pontiggia, Antologia della critica in “Horcynus Orca”, S. D’Arrigo, Mondadori 1994

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