Ho da poco concluso la mia ultima lettura di Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère e la prima cosa a cui penso è: non tutti possono scrivere di qualsiasi argomento. Non mi vergogno nel dire che è un libro molto personale e come tutte le cose personali, e si presume sincere, è toccante. Chiunque abbia visto morire qualcuno o si sia trovato in una situazione tragica di malattia, di morte o di quasi morte dovrebbe leggere questo piccolo tomo della salvezza. Perché Vite che non sono la mia è davvero terapeutico.

Il libro viene diviso in due parti, la prima e meno vasta è il racconto reale dello tsunami del 2004 di cui ho già parlato nell’articolo dedicato all’autore. Insomma si inizia con un sentore di morte e terrore. Apparentemente la virata del libro non sembra essere più leggera: da questo argomento si passa al racconto di Juliette, cognata di Carrère malata di cancro. Come sempre, da bravo giornalista quale è – perché Emmanuel Carrère è in parte e sarebbe stato un ottimo giornalista – per parlare di una persona o di un avvenimento fa parlare tante altre comparse. Le chiamo comparse perché non sono i protagonisti nel senso stretto del termine ma si capisce benissimo che dietro questa architettura umana c’è un disegno preciso; togliendo anche una sola testimonianza la storia non starebbe più in piedi.

Come si possa parlare di morte per un intero libro senza far staccare gli occhi del lettore da queste pagine sembrava un mistero, eppure il romanzo affascina e colpisce. La terapia sortisce esattamente l’effetto che deve avere ed ho il presentimento che sia stata bilaterale. A volte si può pensare che Carrère scelga personaggi di fantasia per renderli più simpatici, più vicini a noi. Invece è proprio il contrario: lui prende dalla sua esperienza reale, dalla normalità e la trasforma in un piccolo prontuario di vita. Affronta in questo romanzo un tema forse anche peggiore di quello iniziale (la morte per mezzo di una catastrofe naturale) ovvero la morte improvvisa, quella per malattia. Il nostro piccolo mondo subisce di colpo una scossa violenta. Noi esseri umani siamo fatti per la quotidianità, anche il più restio ha qualche piccolo rito nascosto, amiamo la bellezza, le cose che ci rendono felici. Non contempliamo quasi mai la possibilità che tutto sparisca da un momento all’altro. Eppure accade.

In questo libro Juliette è il perno della vicenda, la mamma trentenne, già zoppa a causa di una una cura sbagliata in gioventù, che poco più di un anno dopo aver avuto la sua terza figlia scopre di avere di nuovo il cancro. La storia vera e angosciante è ricostruita sulle basi delle visite che Carrère con la moglie Hélene (sorella di Juliette) le fanno negli ultimi mesi di vita. Penso che una delle cose più difficili per le persone sia  rivivere l’angoscia. La nostra mente fa di tutto per evitare la sofferenza. Eppure come racconta Carrère ognuno ha il suo piccolo demone che non lo lascia mai finché non lo si affronta. Per lui era  rappresentato da una volpe che gli mangiava le viscere e che se ne è andata solo dopo che il suo psicologo al termine di una seduta gli ha detto: “Vada a casa, terrò io la sua volpe sul mio divano”.

In Vite che non sono la mia viene avanzata una tesi molto forte. Partendo da due letture Marte di Fritz Zorn e Le livre de Pierre intervista di Louise Lambrichs a Pierre Cazenave Carrère riporta l’inizio di Marte:

“Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Ho avuto un’educazione borghese e mi sono comportato bene per tutta la vita. Naturalmente ho anche il cancro, il che, dopo quanto detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale. La faccenda del cancro ha però un duplice aspetto: da un lato si tratta di una malattia organica di cui con molta probabilità morirò quanto prima, ma alla quale potrei però anche sopravvivere; dall’altro è una malattia dell’anima, e posso considerare una fortuna che sia finalmente esplosa.”

La tesi è che il cancro non sia una malattia che deriva totalmente da fattori esterni ma che ci sono persone più predisposte di altre ad averlo. In particolare le persone che non sanno chi sono, che non trovano loro stesse nel mondo sono più propense ad ammalarsi proprio perché il cancro ti mette di fronte a te stesso. Il tempo stringe e di tutte le tue insoddisfazioni non sai più che fartene, vuoi vivere, vuoi trovarti. Nel libro si parla di morire felici perché consapevoli, di gente che solo dopo aver fatto questa atroce conoscenza, ha trovato se stessa. Il cancro infatti, non fa male di per sé, ma preme su organi e ossa sani e sono quelli che sentono il dolore. La parte viva, la parte che lotta è quella che fa male. Così noi sentiamo male, male di vivere solo se lottiamo strenuamente. E questo male ci fa bene, ci fa sentire vivi. Questa è solo una tesi un po’ provocatoria, ma sicuramente fa riflettere.

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