perfezionismo s. m. [der. di perfezione]. – 1. In psichiatria, tendenza nevrotica (generalmente di tipo ossessivo) che impedisce sovente all’individuo di attuare cose relativamente semplici perché il suo narcisismo e la sua autocritica, unitamente a uno scarso senso della realtà, spostano costantemente tale attuazione verso obiettivi ideali irraggiungibili. 2. Con sign. più generico, aspirazione a raggiungere, nel proprio lavoro o nella propria attività, una perfezione ideale non facilmente attuabile: il suo p. è esasperante; la direttrice ci ossessiona con un p. d’altri tempi.

Così l’Enciclopedia Treccani sintetizza il concetto di perfezionismo, mettendo in luce la doppia faccia che presenta quella che è oggi una delle dinamiche che muovono i singoli e la società: la corsa alla perfezione. Se infatti, da una parte, perfezionismo è sinonimo di aspirazione alla grandezza, dall’altra definisce un’ossessione che succhia la vita.

Sicuramente il desiderio di perfezione si può intendere come sana volontà di eccellere. In questo caso, l’essere perfezionista può essere ritenuto un pregio: si è spinti a mettersi alla prova, a superare i propri limiti e ad agire con meticolosità per il raggiungimento dei propri obiettivi. Il problema sorge quando quegli obiettivi sono irrealistici, impossibili da raggiungere, ma al contempo l’autostima viene fortemente intaccata dal loro mancato raggiungimento. Il perfezionista in questo senso chiede a se stesso delle performance di qualità superiore rispetto a quanto richiesto dalla situazione nella quale si trova: fissa degli standard e dei ritmi impossibili, e si sforza di sostenerli. Ciò che muove il perfezionista, in questo caso, è la convinzione che il grado di stima altrui nei propri confronti dipenda unicamente dai propri successi; se non si raggiungono i propri obiettivi, si incorre nel fallimento e nella perdita della stima degli altri, che, dal punto di vista del perfezionista, hanno delle aspettative altissime per quanto lo riguarda. Di qui il timore delle critiche ed il costante dubitare delle azioni che si stanno mettendo in atto, perché non ci si può permettere un errore, che del resto non è, appunto, un errore, ma un fallimento totale.

Viste le premesse, naturale che il perfezionista viva un continuo stato di ansia, che viene acuito dalla tendenza ad ipercriticare i risultati ottenuti, imperfetti. La conseguenza più diretta di questo tipo di atteggiamento è il ridimensionamento dell’autostima. Non a caso, diversi studi suggeriscono che il perfezionismo giochi un ruolo importante nell’insorgenza di depressione, disturbi di personalità, disturbi d’ansia e disturbi dell’alimentazione.

In quest’ottica, il perfezionismo è un limite. Un limite che non lascia vivere in nome di una corsa verso un obiettivo che non può essere raggiunto; non perché chi cerca di farlo non ne sia in grado, ma perché l’impresa è di per sé impossibile, dal momento che la perfezione è inesistente.

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Nodo cruciale della questione: come insorge questo tipo di perfezionismo patologico? Sembra che gran parte della responsabilità sia da imputare allo stile genitoriale cui si è esposti da bambini. Se infatti l’approvazione e l’amore dei genitori sono manifesti solo in proporzione al grado di successo della performance del bambino, questo non ha la possibilità di sperimentare una piena soddisfazione personale rispetto al proprio comportamento. Soprattutto, se non riceve un rinforzo da parte dei genitori a prescindere dall’ottenimento degli obiettivi che si è posto, potrebbe convincersi di non impegnarsi abbastanza e di dover fare di più per conquistare la loro approvazione.

La convinzione permane, e anche una volta cresciuti, si continua a pensare di non valere poi molto e di dover essere perfetti per poter essere amati. Di dover fare più degli altri. Quando forse basterebbe osservarsi con uno sguardo più lucido, o solo ricordarsi che nemmeno gli altri sono perfetti, eppure li si ama a prescindere.

Fonti: www.stateofmind.itwww.treccani.it

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