Vi è mai capitato di scorrere il vostro profilo Facebook e cancellare post, foto e ricordi che a posteriori ritenevate imbarazzanti? Eppure se li avevate postati vuol dire che in fondo ci credevate davvero.

La scelta di compiere una pulizia radicale del proprio profilo può essere spesso motivata da una volontà di rinnovare la propria identità – o di occultare una parte di essa che ormai ci imbarazza – : non più un classico taglio di capelli o un cambio dell’armadio; da una classica revisione estetica si è passati ad uno spoglio sistematico delle foto e dei post.
La nuova generazione social-dipendente ci ha catapultati nel regno dell’io-virtuale, in cui le doti fisiche e intellettuali sono e pretendono di esser riflesse più nel nostro profilo social che non in quello che realmente siamo: perfezioniamo i nostri avatar.

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Nulla di strano allora se quello che non ci soddisfa di noi stessi verrà più facilmente esorcizzato nella rete, attraverso la condivisione di stati in cui descriviamo le nostre azioni quotidiane e mostriamo i nostri pensieri o mediante la pubblicazione di foto ritoccate, a volte accompagnate da didascalie con citazioni di libri che in realtà non abbiamo mai letto.
Scegliamo il nostro lato migliore, ri-definiamo noi stessi per gli altri, per noi, accomodando il nostro aspetto esteriore ad un’idea che ci è più congeniale e misurando il nostro modo di pensare con il gusto comune, sociale appunto.

Il volere che gli altri sappiano, meccanismo che si cela dietro ogni pubblicazione – che ne sia conscio o meno colui che pubblica -, potrebbe però portarci a una forma di auto-censura: potremmo essere spinti ad amputare i nostri difetti, a tralasciare quello che non (ci) piace, omettere e fingere preferenze che aiutino ad evocare un’idea che vogliamo dare di noi.

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Il gioco di auto-costruirsi sui social a volte può sfuggire di mano e degenerare in esibizionismo, nell’ostentazione forzata di una forma di noi: il pretesto per cui posto determinate cose rischia di appiattirsi alla mera volontà di rendermi accettabile agli occhi degli altri. Io posto questo perché mi piace o lo posto perché potrebbe piacere?

Il discrimine è dato dai like e dalla misura in cui essi ci gratificano: spesso avere tanti follower o molti “mi piace” viene percepito come una forma di approvazione verso ciò che si pubblica – e quindi verso di noi e le nostre idee – , per cui più persone ci seguono più la nostra soddisfazione aumenta. Quando questo meccanismo si fa eccessivo si rischia di cadere in una like-dipendenza.

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Che i social siano una passerella è sempre stato presagito ma che potessero avere ricadute sul piano dell’alterazione della propria identità (virtualmente parlando) non lo si dava scopertamente a pensare.

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