La cultura è un campo d’azione particolarmente caro alla stabilità dell’effimero. Si andrà controtendenza, ma nessun luogo è in grado di porre l’accento sul presente quanto un museo. Ognuna delle opere esposte esibisce fiera una targhetta su cui trova indicazione il titolo, l’autore e l’anno di esecuzione, tutti concetti che spingono l’osservatore a considerare il cimelio che hanno di fronte ai propri occhi come qui ed ora.

Che una statua sia perfettamente conservata o sopravvissuta a non indifferenti danneggiamenti, questa è oggetto di venerazione dall’alto del suo piedistallo, ma nessuno sembra preoccuparsi né dei cambiamenti che ha subìto in passato né di quelli a cui è destinata per il futuro. Sembriamo infatti dimenticare che quel levigato capolavoro che è il David di Michelangelo un tempo non era che un semplice blocco di marmo grezzo. Altrettanto ingenuamente, tendiamo a dare per scontato che ciò che oggi abbiamo di fronte agli occhi sia sempre stato così e resterà immutato nei secoli dei secoli, quasi come se la Nike di Samotracia fosse stata scolpita senza testa e volessimo nascondere la possibilità che la Venere di Milo possa perdere anche un orecchio, oltre che le due braccia. Ma ciò che appare visibile nel presente non corrisponde al passato né tantomeno al futuro.

Il tempo è una forza potente, capace di trasformarci profondamente in modo silenzioso. Il girare delle lancette ha effetti talmente poderosi che l’inconsapevolezza a riguardo viene considerata dallo psicologo statunitense Dan Gilbert come il male che affligge l’uomo moderno.

Viviamo nell’illusione che la nostra storia personale sia già stata scritta e che sia addirittura giunta all’epilogo. Pensiamo di essere già diventati la persona che eravamo destinati a diventare, quella che immaginiamo nel bel mezzo delle fantasticherie circa il nostro futuro. Non solo siamo convinti di esserlo già diventati, ma crediamo fermamente di rimanere tali per il resto della nostra esistenza.

Niente di più sbagliato.

A dar credito al radicamento dell’erronea convinzione che ci designerebbe come viaggiatori arrivati al capolinea, sono numerose ricerche che hanno coinvolto un migliaio di persone. La metà di loro si è dovuta confrontare con domande riguardanti il proprio passato e la metà rimanente con interrogativi orientati invece al futuro.

Sorprendenti sono le risposte circa i valori personali, ossia i princìpi cardine della nostra esistenza. Coloro ai quali è stata posta la domanda «Quanto pensi che i tuoi valori cambieranno nell’arco di 10 anni?» hanno dimostrato di sottovalutare ampiamente i cambiamenti a cui i propri valori andranno incontro in futuro. Parallelamente, chi invece ha risposto alla domanda «Di quanto sono cambiati i tuoi valori nei 10 anni passati?» ha dato prova di essere cosciente che questi siano cambiati, ma non tanto quanto hanno effettivamente fatto. In altre parole, siamo sì consapevoli di essere oggetto di continui cambiamenti e che questi rallentano con il progredire dell’età, ma la loro velocità non diminuisce in modo così considerevole come pensiamo.

I valori non sono la sola cosa di cui abbiamo una concezione sbagliata lungo la linea del tempo: oggetto dell’esperimento è persino la nostra personalità. Ancora una volta il cambiamento rallenta con l’avanzare dell’età (un bambino cambia da un giorno con l’altro non solo dal punto di vista fisico, la differenza nell’adulto è visibile solo in lassi di tempo più lunghi), ma sottovalutiamo quanto la nostra personalità si modificherà anno dopo anno, perdendo la sua aura di ombra immutabile.

Lo stesso accade anche per le nostre preferenze e avversioni. Prevediamo che il nostro attuale migliore amico sarà lo stesso che avremo al nostro fianco tra 10 anni, che le vacanze in montagna che non ci sono mai piaciute fino a questo momento continueranno a non piacerci. È per questo motivo che gli intervistati hanno indicato a 129 $ il prezzo che sarebbero disposti a pagare per assistere al concerto che il proprio attuale cantante preferito terrà tra 10 anni e a soli 80 $ quello per il concerto del proprio cantante preferito di 10 anni fa.

Se pensiamo che venga a piovere e invece il sole non smette di splendere, abbiamo sbagliato a valutare il colore delle nuvole. Ma in questo caso non si tratta di banali errori di valutazione, bensì di sopravvalutazioni sulla stabilità del presente che portano con sé conseguenze inimmaginabili.

Per quale motivo crediamo nella durevolezza dell’effimero? Secondo lo psicologo, la causa va ricercata nella facilità di ricordare, contrapposta alla difficoltà di immaginare. Ognuno di noi ricorda chi era 10 anni fa, ma ha difficoltà ad immaginare chi sarà tra 10 anni. Commettiamo l’errore fatale di credere che se qualcosa è difficile da immaginare è improbabile che accada e questo ci fa afferrare il passato come ancora di salvezza. Ma il tempo è potente. Ci trasforma, anche se sembriamo apprezzare questo fatto solo a posteriori.

Ogni essere umano è un’opera incompiuta, un lavoro costantemente in corso che tende a considerarsi un’opera ultimata. La persona che siamo oggi è tanto effimera e fugace quanto quella che eravamo in passato. L’unica costante della nostra vita è il cambiamento.

 

Fonti:

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