Devo essere sincero: quando venni a sapere di una collaborazione tra Stati Uniti, Spagna e Italia per la realizzazione di un film “di guerra” che trattava di un soldato bloccato su una mina antiuomo, ho avuto un flash immediato di film come “127 ore“, che molto spesso si riducono a lunghe e noiose ore davanti ad uno schermo. Fortunatamente però, “Mine” mi ha sorpreso in modo totalmente positivo.

Ambientato in Medio Oriente, il film ripercorre la vicenda di un cecchino americano, Mike Stevens (Armie Hammer) e del suo osservatore, Tommy Madison (Tom Cullen), costretti ad una lunga fuga nel deserto dopo aver fallito una missione di intercettazione di un VIP legato al terrorismo islamico. Dopo giorni di marcia sulla sabbia, Stevens e Madison si ritrovano involontariamente in un campo minato vecchio di oltre quarant’anni, rischiando così di morire in modo atroce. Madison, forse per via del caldo, della sete e della paura, sembra non ragionare più in modo lucido e cerca di convincere il compagno ad andare avanti, spiegandogli che oltre un certo periodo di tempo le mine tendono a guastarsi. Prevedibilmente, calpesta una di esse e salta in aria, rimanendo privo delle gambe e gravemente ustionato. Anche Stevens pesta una mina, ma riesce a mantenere il peso su di essa evitando che si inneschi ed esploda; fa di tutto per salvare il suo amico, che per lenire la sofferenza decide di spararsi.

“Ho fatto il mio ultimo passo falso”

Stevens ora è da solo: nessun segno di civilizzazione nell’arco di decine di chilometri, poco cibo, qualche sorso d’acqua e una radio col segnale che va e viene per colpa della geologia del terreno. L’uomo cerca in tutti i modi di trovare una soluzione alla sua situazione, facendo l’inventario e cercando quantomeno di identificare il tipo di mina che ha calpestato. Tutto è inutile; come se non bastasse, una tempesta di sabbia investe Stevens costringendolo ad ancorarsi al terreno per non cadere ed innescare l’esplosivo, e ogni notte un branco di cani randagi affamati minaccia di attaccarlo.
Ecco quindi comparire, quando non sembra esserci più speranza, un misterioso uomo berbero (Clint Dyer); una persona molto semplice, che vive in un villaggio a poca distanza ed è incuriosito dal “soldato sulla mina“. Egli continua a rivolgere domande quasi irrisorie a Stevens, in un inglese stentato, come “Perché tu messo piede su mina?” o “Perché tu bloccato?”. Ogni giorno, il berbero misterioso fa visita al soldato, portandogli acqua, curandogli le ferite e cercando di leggere nella sua coscienza. Una specie di guru che intende “sbloccare” Stevens dalle colpe del suo passato e “farlo andare avanti”, letteralmente e moralmente.

“Devi sempre andare avanti”

Ho deciso di non proseguire nella descrizione della trama per non rovinare una bella esperienza a chi, eventualmente, decidesse di seguire questo viaggio con i due personaggi in questione.

Va comunque detto che la guerra in questo film è solo un’immagine sfocata in distanza: si tratta piuttosto di un viaggio nella coscienza e nelle esperienze di un uomo che, per così dire, ha pestato numerose mine nella sua vita, rimanendo di conseguenza bloccato a subire ingiustizie. Il berbero è una sorta di liberatore, che aiuta il protagonista ad “andare avanti”. Spesso non è chiaro se si tratti di un miraggio o di una persona in carne ed ossa che veglia sul soldato, ma in ogni caso la sua lezione, nella semplicità di un uomo che è felice con poco, riesce a far pensare anche il pubblico oltre lo schermo.

Questo è stato ciò che mi ha sorpreso di più in “Mine”: quello che sembrava uno scontato film di guerra e di attesa, diventa invece un lungo viaggio di realizzazione interiore e di scelte, una metafora dell’uomo moderno che trova la pace e la liberazione quando si trova da solo con i propri demoni.
E’ un film estremamente riflessivo e commovente, ideale per chi cerca del materiale di qualità per una serata all’insegna della riflessione.


FONTI

visione diretta del film

wikipedia