Può lo sport trasformarsi in una straordinaria lezione di storia? La risposta è sì grazie a Glory Road, un film del 1996 di James Gartner e prodotto dalla Walt Disney Pictures.

Fino al 1965 il mondo della pallacanestro era diviso in due: al gioco “fighetto” delle ricche università dei bianchi si contrapponeva il basket underground del ghetto fatto di schiacciate, numeri al palleggio e tutti quegli spettacolari giochetti che oggi ci fanno sognare durante le partite di NBA. Un gioco spaccato in due dal razzismo, che impediva ai neri di sognare qualcosa di più di un posto in panchina durante le partitelle del liceo perchè gli spogliatoi delle squadre più importanti erano composti solo da bianchi.

A cambiare le sorti di uno dei più amati sport americani fu Don Haskins che viene chiamato ad allenare i Texas Western Miners, la squadra maschile del college di El Paso in Texas, dopo aver brillantemente condotto alla vittoria un gruppetto di ragazze del liceo: per trasformare in una potenza una squadra finanziariamente abbandonata a se stessa e priva di giocatori vincenti, Haskins recluta giovani campioni afroamenricani nei campetti dei quartieri delle metropoli, dove il basket è la sola grande passione per una generazione di ragazzi cresciuti nella povertà e nella discriminazione.

Il risultato è uno squadrone composto da cinque bianchi e sette fuoriclasse neri che riescono a giocare una brillante regular season con 23 vittorie e 1 sola sconfitta, nonostante le forti pressioni e le aggressioni razziste subite nel corso del campionato. Affrontando la tensione con grinta e unità, i campioni del Texas riescono ad aggiudicarsi l’ingresso al torneo finale della NCAA del 1966 e a vincere, sconfiggendo in finale i Wildcats della University of Kentucky con un vantaggio di 72 a 65, con un quintetto di soli afroamericani per la prima volta nella storia.

Il film, uscito due anni prima della morte di Haskins, non racconta che l’allenatore allenò la squadra di El Paso fino al 1999, collezionando 719 vittorie contro 353 sconfitte e guadagnandosi nel 1997 l’inserimento nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, mentre la celebre squadra del 1966 è stata inserita nella Basketball Hall of Fame.

Questo film offre una valida occasione per tuffarsi in un epoca in cui il parquet veniva calcato in All Star e calzoncini attillati, le Cheer Leader portavano la gonna lunga come in Grease e i tiri alla lunetta potevano essere effettuati come meglio si desiderava, senza l’impostazione con il piegamento del polso che tutti conosciamo.

Se nel vostro cuore non rimbalza un pallone a spicchi e se poco sapete di questo straordinario gioco chiamato pallacanestro, potete semplicemente gustare una suggestiva ambientazione anni ’60. Nonostante il film racconti prevalentemente l’epico campionato dei Texas Western Miners, scoprirete numerosi riferimenti agli eventi più importanti dell’epoca: in un piccolo televisore del salotto di Haskins vengono per esempio trasmesse alcune angoscianti immagini dal Vietnam, il Rock’N’Roll rallegra i viaggi in bus durante le trasferte, le ricche fanciulle bianche in tribuna sfoggiano i caratteristici capelli impomatati e il movimento delle Pantere Nere offre speranza a coloro che di fatto erano cittadini di serie B.

Come suggerito dal titolo, uno dei temi portanti del film è la lotta per la vittoria. Se la vita è spietata, se la politica e la società lo sono ancora di più, un giocatore di basket ha tutte le carte in regola per raggiungere i propri obiettivi dentro e fuori dal campo perché… beh, perché ad un cestista piace vincere, i giocatori di basket sono lottatori nati.

Il film colpisce dritto al cuore grazie alle frasi epiche pronunciate dai vari personaggi nel corso del film, che ci ricordano con quale spirito anche noi dobbiamo affrontare una grande sfida: come dice Bobby Joe Hill prima della finale NCAA, “Non è niente di speciale… una semplice giornata al campetto”.

Glory Road non può mancare nel bagaglio culturale di ogni sportivo ma anche di tutti coloro che sono appassionati di storia americana: anche se lo sport è solo un gioco, molto spesso si trasforma nello specchio della nostra società, poiché molte grandi battaglie sociali sono state combattute proprio nei campetti e nelle piste dagli atleti più famosi della storia.

L’unica pecca di questo film è il tono malinconicamente epico con cui vengono girate le scene d’azione. Si comprende benissimo la necessità del regista di enfatizzare il pathos che può evocare il ricordo del campionato dei Texas Miners nel ’66, ma il basket non è una tragedia Shakespeariana, in campo c’è spazio soltanto per adrenalina, azione, aggressività. In una parola, per il sapore della sfida.

Un’ultima nota: siccome il film tratta il felice rapporto tra gli afroamericani e la pallacanestro, le musiche scelte come accompagnamento avrebbero duvota avere un sound più allegro delle malinconiche note di blues che risuonano in molte scene del film, poco adatte per trasmettere l’elettrizzante magia della competizione sportiva. Forse sarebbe stato meglio chiamare in causa gente con lo spessore di Ray Charles, Aretha Francklin o qualche altra icona della musica degli anni ’60, per scrivere pezzi più coerenti con il tema del film.


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