Lo scorso 22 marzo Londra ha subito un attacco terroristico ad opera di un lupo solitario radicalizzatosi e seguace dell’ISIS. La modalità con cui è stato compiuto è molto simile a quello subito da Nizza la scorsa estate. Infatti un Suv percorrendo a grande velocità il ponte di Westminster travolge diverse persone sul marciapiede. Si schianta poi contro la cancellata del Parlamento. Quindi l’attentatore abbandona la macchina e ferisce a morte un poliziotto, prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine.

L’accaduto ha dato ovviamente nuova linfa alla questione degli stranieri di origine o fede musulmana in  Europa. In linea generale comunque gli inglesi hanno assolutamente condannato e rifiutato l’associazione “musulmano = terrorismo”. Simboleggiato dal fatto che oltre a WeAreNotAfraid (NonAbbiamoPaura) altro hashtag popolare è HopeNotHate (SperanzaNonOdio), gli inglesi hanno in pratica difeso la multietnicità che caratterizza la capitale inglese così come la società del paese anglossassone in generale. Facendo anche riferimento a come questa eterogeneità di etnie, religioni e culture affondi le sue radici nel passato post-coloniale del paese stesso. Tuttavia questo confluire di diversità non fu accettata subito di buon grado, sfociando a volte in casi di xenofobia e addirittura legislazioni in parlamento.

A livello letterario un buon esempio della nascita dell’eterogeneità è dato dal libro “The Lonely Londoners” di Samuel Selvon . Pubblicato nel 1956, è ambientato nei primi anni ’50 quando a Londra iniziarono ad arrivare immigrati dalle ex colonie caraibiche. Molti di essi dopo aver militato nelle file inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale,  decidono di cercare fortuna in quella che considerano a questo punto madrepatria, pensando anche che ciò possa essere una ricompensa per aver combattuto.

Si tratta della cosiddetta generazione “Windrush”, il cui nome deriva dalla nave con cui arrivarono nel 1948.  All’inizio vennero accolti come forza lavoro a basso costo, ma quando aumentarono divennero oggetto di odio razziale. Il lettore si immedesima con essi fin dalle prime righe quando è colpito dal tipico clima uggioso di Londra: il romanzo inizia infatti in una sera d’inverno, quando la città pare pervasa da un senso di irrealtà avvolta nella nebbia.

Moses, il protagonista, deve recarsi dall’altra parte della città a ricevere dei nuovi arrivati. Si muove con i tipici bus, descrivendo la città come se fosse un altro pianeta con luci che sembrano macchie nell’uggiosa città nebbiosa. Agli immigrati che va ad accogliere a Waterloo Station, Londra dev’essere proprio parsa come un altro pianeta, vista l’accoglienza riservatagli dal clima freddo e da un reporter che li incalza di domande. Un senso di spaesamento ben rappresentato dal personaggio di Henry Oliver, detto Sir Galahad, che scende dal treno indossando un leggero completo estivo che si sorprende quando gli chiedono se non soffra il freddo.

In generale si tratta di personaggi non proprio esenti da peccato, tutt’altro: sono violenti con le mogli, imbroglioni, donnaioli e fumano erba. Difetti e vizi di cui presto ci si dimentica, perché si tratta in fondo gente normale che tenta di sopravvivere in un ambiente straniero che tenta di schiacciarli.
Ognuno di essi è un tassello nel generale mosaico della rappresentazione del gruppo etnico.

Un gruppo che proprio con “The Lonely Londeners” riceve la sua prima rappresentazione. Vivendo ai margini della società, molti ne ignoravano l’esistenza, mentre quelli che vi erano a contatto, come capomastri o impiegati dell’ufficio di collocamento, fingevano che non esistessero.

Selvon riesce a far emergere la storia e la situazione di questo gruppo in particolare grazie all’uso di una struttura episodica. Una caratteristica che va di pari passo con l’uso dell’inglese standard alternato a quello non-standard, e al dialetto dell’isola di Trinidad, patria dell’autore.

Questo permette non solo di descrivere realisticamente i personaggi ma anche di dare al lettore la sensazione di assistere veramente alle scene descritte, portando a una maggiore immedesimazione.

Il libro termina con un finale quanto mai aperto, il protagonista contempla il Tamigi riflettendo sul suo futuro, con l’immancabile nebbia che è una delle caratteristiche del libro e lascia il lettore in un vago interrogativo sull’eventuale integrazione del gruppo.

Tuttavia “The Lonely Londoners”, pur non dando per certa la nascita dell’eterogeneità multiculturale inglese, lascia un messaggio valido ancora oggi nonostante le diversità sociali, razziali  e religiose che, permeano la società inglese, così come quelle di altri paesi: non bisogna dimenticare che si ha una cosa in comune, ossia l’umanità.

Fonti: Samuel Selmon “The Lonely Londoners” Penguin Modern Classics Ed. 27 luglio 2006.

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