Ai salotti letterari Charles Bukowski preferiva i vecchi bar, le prostitute e l’Ippodromo.
Nato ad Andernach, in Germania, nel 1920, passa la maggior parte della sua vita nella periferia della magica Los Angeles del primo dopoguerra.
Prendendo in mano un libro di questo controverso e dibattuto scrittore la prima cosa che salta agli occhi è sicuramente il modo di scrivere aspro e diretto. Concetti e situazioni sono presentati con crudezza, tanto che talvolta provocano disgusto in chi legge. Henry Charles Bukowski non dichiara mai di sentirsi parte del movimento letterario che in quegli anni stava conquistando l’America, la cosiddetta Beat Generation; nonostante l’assonanza con alcuni dei temi di questa cultura, come l’anticonformismo e il rifiuto delle norme imposte, Bukowski appartiene forse più propriamente ad un dirty realism – un realismo sporco, caratterizzato dalla tendenza alla sobrietà, dalla precisione e dalla sinteticità estrema nell’uso delle parole per le descrizioni, da situazioni tracciate nel modo più conciso e superficiale possibile, da un significato profondo totalmente abbandonato al contesto.
“Ospedali e galere e puttane: queste sono le università della vita. Ho preso diverse lauree. Chiamatemi dottore.” (A sud di nessun nord, 1973) 
Quella di Bukowski sembra una lotta costante contro la società, contro i valori riconosciuti e accettati in quegli anni, contro il genere umano. È una lotta che lui combatteva in nome di quelli che in termini verghiani definiremmo i Vinti. In nome di quelle persone che non ce la facevano a sostenere i ritmi di quella crudele società; società che fagocitava coloro che non si adeguavano alla necessità della produzione sfrenata che aumentava in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi, che sarebbero finiti per diventare inconsistenti e sterili. È una lotta individuale. Unici compagni del nostro caro Henry Chinaski erano i libri e l’alcool. Infatti il fulcro della sua poetica è un morboso rapporto con quest’ultimo.
“Presi la bottiglia e andai in camera mia. Mi spogliai, tenni le mutande e andai a letto. Era un gran casino. La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: comunismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, ciclismo, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, dieta vegetariana, India, pittura, scrittura, scultura, composizione, direzione d’orchestra, campeggio, yoga, copula, gioco d’azzardo, alcool, ozio, gelato di yogurt, Beethoven, Bach, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, succo di carota, suicidio, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City, e poi tutte queste cose sfumavano e non restava niente. La gente doveva trovare qualcosa da fare mentre aspettava di morire. Era bello avere una scelta. Io l’avevo fatta da un pezzo, la mia scelta. Alzai la bottiglia di vodka e la bevvi liscia. I russi sapevano il fatto loro.” (Donne, 1978)

Il vecchio sporcaccione sfidava il mondo e, soprattutto, sfidava tutta quella gente che si ostinava a credere che la letteratura fosse una cosa seria.