In un mio precedente articolo ho trattato, seppur solo per sommi capi, il mondo del BDSM e i rapporti master-slave.

L’essere umano è una creatura senza uguali in tutto il creato e la nostra mente ci spinge, consciamente o meno, a ricercare le ragioni profonde dietro ogni fenomeno e a tentare di comprenderlo.

Quello che, dal punto di vista di una persona vanilla, è un puro e semplice atto di violenza insensato verso l’altra persona acquista un significato molto più profondo e viscerale applicando la chiave di lettura di chi interiorizzato il modo di vivere BDSM. Essere la schiava di un master, sebbene possa sembrare un paradosso, è una grande affermazione della propria libertà personale.

Su questo punto Alina è stata lapidaria e inequivocabile: la scelta di diventare la slave del proprio master è stata una sua decisione e, potenzialmente, potrebbe riconsiderare la propria volontà in qualunque momento, anche recedendo.

Ma cosa prova, realmente, una slave?

Stando alle asserzioni della donna, la dominazione del suo master origina nella mente prima che nel corpo e questa condizione le fornisce un senso indescrivibile di protezione e sicurezza. Per meglio comprendere lo stato emozionale dietro questa situazione la lingua più adatta è quella tedesca, la stessa in cui è avvenuto il nostro discorso. Le parole utilizzate in lingua originale erano ‘verteidigen‘ e ‘schützen‘, ambedue traducibili con il termine italiano ‘difendere’. O meglio, c’è una sfumatura, ma in traduzione viene purtroppo persa. Il significato del primo termine è, precisamente, quello di una protezione da un’aggressione, intesa principalmente come fisica mentre quello della seconda allude più al ‘mettere al riparo’ qualcosa. Entrambe le definizioni combinano un’esigenza di difesa sia fisica, dettata dall’istinto primordiale e dalla parte bestiale dell’essere umano, sia emotiva, che si origina con il mondo moderno e le relazioni tra persone non finalizzate alla sopravvivenza.

La logica conseguenza dell’affidare la propria sorte nelle mani di qualcuno diverso da sé è quella di porsi su di un gradino sottostante rispetto a quella persona, cedendo quindi il proprio potere con cognizione di causa perché si ritiene che l’affidatario lo amministri meglio e offra garanzie migliori. Quando la sottomissione è consapevole e volontaria, come nel caso di Alina, scatta un meccanismo inconscio di ricompensa verso il proprio “oppressore”, ovvero: poiché egli o ella garantisce sicurezza, la slave (o lo slave) si sente sgravato dalla preoccupazione di difendersi da solo, sentendosi più tranquillo. Consequenzialmente nasce un senso di gratitudine verso il master per quella sensazione, concretizzato nel dedicarsi ad appagarlo e soddisfarlo pienamente.

Alla luce di questa spiegazione è più semplice comprendere lo stato emotivo e la forma mentis della sub ma resta, tuttavia, un’incognita: se è vero che origina tutto dal senso di difesa come può non essere un controsenso per una sottoposta farsi malmenare e torturare dal suo master ?

Le pratiche del BDSM poggiano sulle pulsioni più primitive dell’essere umano e, per questo motivo, una frustata sferrata direttamente sulla schiena o la costrizione dei movimenti tramite legacci da parte del soggetto dominante non è percepita come un atto di aggressione ma, al contrario, come una dimostrazione di potenza che va ad alimentare quella convinzione di aver riposto il compito della propria salvaguardia nell’individuo più adatto.

Tale fiducia va, a sua volta, a nutrire il senso di sicurezza della schiava (o dello schiavo) che, quindi, si sentirà maggiormente in dovere di soddisfare l’altra persona, il cui appagamento deriva dall’affermazione e dal controllo sull’altro, ovvero da quelle pratiche di punizione e sottomissione.

Avendo ora spiegato tutto ciò è molto più semplice comprendere come un rapporto dom/sub o master/slave non sia pura follia ma una estrema manifestazione e concretizzazione degli istinti intimamente insiti nei meandri più bui della psiche umana.

Autore: Alaster der Peiniger