Conoscevo una bambina, una volta. Ovunque la si portasse, la si vedeva sempre con una musicassetta che aveva la copertina bianca e recava la scritta del nome di un gruppo, i Nirvana. Parlandoci, si poteva apprendere il motivo del volersi portare appresso un oggetto così particolare per una bambina della sua età, perché proprio quello e non un peluche qualsiasi: perché là dentro c’erano i Nirvana in persona e, mettendo la cassetta nel mangianastri, era assolutamente convinta che suonassero per lei e che fossero felici di vederla animarsi all’inizio di ogni nuovo brano. Sapeva che il cantante, Kurt Cobain, era sicuramente vestito con una camicia a quadri e che era proprio la sua voce a darle la buonanotte ogni sera, perché niente la faceva scivolare in un sonno sereno come l’unplugged del 16 Dicembre 1993, lo stesso che era registrato sulla sua preziosa musicassetta.

Molto tempo dopo, ho incontrato nuovamente quella bambina, ormai diventata ragazza. Aveva conosciuto e ascoltato molta altra musica nel frattempo, magari era anche riuscita ad apprezzare qualcosa di diverso dalla sua musicassetta, qualcosa di diverso dalla voce di Kurt Cobain e dai suoi capelli biondi. Mi aveva invitato nella sua camera: aveva un’intera libreria dedicata alla musica, cd su cd, vinili, musicassette che ancora riavvolgeva usando il tappo della penna bic, preferibilmente quella nera. Sopra il letto aveva appeso un poster che, ancora una volta, recava il nome del gruppo dei Nirvana. Le avevo chiesto perché fosse così tremendamente legata ad un qualcosa che, per ironia della sorte, non aveva potuto davvero conoscere, non aveva realmente potuto vivere sulla sua pelle. Come se fosse innamorata dell’idea della loro rivoluzione, dell’esplosione iniziale e della voce sempre più stanca di quel ragazzo all’apparenza così schivo. Mi aveva spiegato che, nonostante fossero passati tanti anni, “The man who sold the world” continuava ad essere la sua buonanotte e l’unico reale motivo che l’aveva spinta a mettere in piedi la libreria che aderiva alla parete destra della sua camera, l’unico reale motivo che l’aveva spinta a prendere in mano la chitarra e a cercare di capire qualcosa di tutte quelle note. Sentiva di poter affermare che era come se quel gruppo avesse dato la possibilità a tutto ciò che era venuto dopo di loro di rivivere all’infinito ogni canzone incisa, ogni giro di accordi sbagliato, ogni nota stonata e ogni risata fatta dentro il loro studio di registrazione. Anche se non li si conosce bene, a volte capita di riconoscerli. E sì, i Nirvana erano riusciti a dare una voce, senza volerlo, ad una generazione intera, anche a coloro che non li avevano vissuti davvero.

Prima di farmi andare via, era riuscita a sorprendermi ancora una volta, dicendo qualcosa a cui non avevo mai effettivamente pensato. Per ben dieci anni, senza rendercene conto, siamo stati tutti faccia a faccia con l’uomo che aveva venduto il mondo, ma non il mondo per come lo intendiamo istintivamente, bensì qualcosa di molto più prezioso. Per ben dieci anni, senza rendercene conto, siamo stati tutti faccia a faccia con l’uomo che aveva venduto un po’ del suo inaccessibile mondo interiore.


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