La moda, si sa, è sempre stata elitaria. Un mondo magico, fatto di giochi e ornamenti riservato ad una cerchia ristretta di pochi eletti. Nel corso degli anni è tuttavia avvenuto un cambiamento. Le regole della società sono state man mano sovvertite e le nuove prospettive hanno fatto diventare questo universo onirico alla portata di tutti iniziando ad assumere una doppia identità.

Si può ben affermare che fino a buona parte del XIX sec la moda era appannaggio della sola nobiltà e che quindi si componeva di norme ben precise che seguivano anche le leggi d’etichetta e di buon costume. Con la caduta delle grandi case reali, in particolare di quella francese, prende il via una certa democratizzazione nel mondo della moda. Finalmente inizia ad intravedersi un’apertura nei confronti delle classi meno abbienti e la rottura di quello schema piramidale (l’effetto del “trickle down”), teorizzato da Simmel, che vedeva i ricchi al suo vertice.

In questo contesto di rivoluzioni sociali e culturali la moda si inserisce allora nella vita quotidiana di tutti. Fogge, colori, tessuti vengono consumati e utilizzati da qualsiasi individuo, indipendentemente dalla classe sociale d’appartenenza. D’altronde questo è ciò che è avvenuto, in tempi più o meno recenti, con l’effetto della globalizzazione e con la presenza delle grandi catene d’abbigliamento.

Apparentemente non ci sarebbe nulla di sbagliato in questo: la moda finalmente si riferisce a tutti, non crea più differenze e disparità, ma un senso di uguaglianza e di appagamento come non erano mai stati provati in precedenza. Tuttavia questa condizione ha causato, o sarebbe forse meglio dire esasperato, un fenomeno che oggi sembra regnare sovrano: un’inesorabile omologazione. La moda rende tutti uguali in qualsiasi senso, uniforma, massifica.

Si snoda qui allora la sua dualità, perché se da una parte permette una “ribellione”, ovvero la sovversione delle convenzioni come teorizzate da Elizabeth Wilson nel libro “Vestirsi di sogni” e offre anche un senso di identità personale, dall’altra omologa.

Questa critica viene mossa in particolare alla società odierna poiché possiede gli strumenti per non cadere in questi giochi mentali, in questi tranelli dal senso spicciolo che però dominano lo spirito della contemporaneità. Domina la parabola del “tutto uguale”: gli stessi abiti, le stesse acconciature, gli stessi tatuaggi, le stesse scarpe e così via. E come è buona prassi nel mondo della moda, non ne è coinvolta solo la sfera dell’abbigliamento ma l’intero stile di vita, per cui si frequenteranno gli stessi posti, le stesse persone, si berranno quei drink e si ascolterà quella musica. Come se non ci fosse posto per sviluppare una personalità che fuoriesca da questi schemi. E purtroppo tutti ne siamo vittime, nessuno escluso. Le cose sono così ed è necessario adattarsi.

La moda deve essere uno strumento di uguaglianza a livello umano, non deve creare degli automi che agiscono su impostazioni di default. Per cui l’invito qui è quello alla non-omologazione, a non pensare per convenzioni e schemi mentali predefiniti, ma ad avere delle idee maturate in autonomia, delle opinioni personali, uno stile che ci rappresenti e che ci permetta di esprimere noi stessi e il nostro estro. Come nella vita anche nella moda.

Fonti: Simmel, La moda; Elizabeth Wilson, Vestirsi di sogni.

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