di Ilaria Zibetti

Una frase che ancora serpeggia tra i vari luoghi comuni riguardanti la musica classica è: “ Sì, ogni tanto la sento per rilassarmi”. Rilassarsi.

Chiederò in prestito la definizione dal nobile vocabolario Treccani per quanto riguarda il termine sopracitato: “allentare, distendere, far diminuire la tensione fisica e psichica”. Senza dubbio esistono molte composizioni, soprattutto di tipo sinfonico, che si prestano ad allietare i nervi regalando atmosfere eteree, soffici, in grado di calmare dalla frenesia del vivere contemporaneo. Asserire però che sia la caratteristica principale di questo genere musicale, chiedo venia,  ma non posso essere d’accordo. Specialmente nel caso di parli di Opera.

Così come le moderne canzoni che vengono trasmesse in radio, si alternano diverse emozioni: nostalgia, gioia, tristezza, rabbia… allo stesso modo nelle composizioni esse sono ugualmente presenti e amplificate dall’orchestra e dalle voci. Nella lirica vi è una costruzione narrativa ancora più complessa a ben guardare, perché coinvolge una trama specifica, dei personaggi e delle psicologie da far reagire alle differenti vicende. Le emozioni vengono amplificate, come ho accennato in un precedente articolo.

In questa riflessione mi vorrei soffermare su quanto le note sappiano infondere anche energia, dinamismo e sì, anche agitazione.

L’utilizzo di tempi specifici per una determinata intenzione del compositore ha lo scopo di incalzare, di rendere un momento di premura, di fuga o di una qualsiasi azione che si svolga con un andamento incisivo. Si pensi alle cabalette, ossia la parte conclusiva di un’aria operistica (in genere italiana) con un ritmo sostenuto. Se vi cito “Di quella pira” da “ Il trovatore” di Verdi, afferrerete il concetto.

Nell’exemplum che ho riportato, si descrive il protagonista Manrico che sta per andare a soccorrere la madre adottiva, tenuta prigioniera dal suo rivale e minacciata da un rogo. L’impellenza del pericolo è palese e manifestata con un tempo rapido, a tratti marziale, con tanto di ottoni e di acuto culminante dell’interprete.

E i concertati? È d’obbligo citarli. Sono le parti di un’opera in cui tutti i personaggi in scena intrecciano le proprie voci creando una forma musicale polifonica. Anch’essi sono in genere collocati verso un finale, che sia di atto o meno. Prevedono una costruzione fissa, che nell’Ottocento è definita: “solita forma”, ovvero quattro momenti (dal largo alla stretta o cabaletta) in cui si snodano le linee melodiche. Rossini, ad esempio, era un abile artigiano nel creare queste particolari situazioni per rendere più palpabile la confusione dell’intrigo narrativo. “Nella testa ho un campanello” ne “L’italiana in Algeri” è un perfetto prototipo: ogni strumento, ogni voce, scoppia, schiamazza, balbetta, cresce in un vortice brioso… insomma, qualsiasi suono possibile e immaginabile che esprima sorpresa o confusione. Non per niente, questo concertato che chiude il primo atto, vede l’avvenente italiana Isabella, da poco divenuta la favorita del Bey Mustafà,  scoprire che nello stesso palazzo vi si trova anche il suo amato Lindoro, lì tenuto come schiavo. Oltretutto in procinto (apparentemente) di partire con l’ex moglie di Mustafà, Elvira. Un tipico pasticcio di sentimenti ed equivoci spassosi.

E potrei richiamare molti altri momenti simili, però ne verrebbe un elenco e mi piacerebbe che la conoscenza nasca anche da un po’ di sana curiosità.

Ultimato l’ascolto vedremo se l’opera fa ancora e semplicemente “rilassare”.


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