di Chiara Ciotti 

Un docufilm di 52 minuti, “Nove giorni al Cairo – Il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni”, presentato al Festival internazionale del giornalismo a Perugia nei giorni scorsi, e una webserie su Repubblica.it ricostruiscono in una grande inchiesta multimediale la scomparsa e la morte del ricercatore italiano al Cairo. Giulio si era trasferito in Egitto per una ricerca di dottorato per l’Università di Cambridge sui diritti dei lavoratori e dei sindacati egiziani quando è scomparso il 25 gennaio 2016. Dopo nove giorni, il 3 febbraio, il corpo di Giulio viene ritrovato in un fossato alla periferia della capitale egiziana: sul corpo segni di bruciature di sigarette, fratture ossee, ferite da coltello, numerosi tagli, costole rotte, così come dita dei piedi e delle mani, emorragia cerebrale e vertebra cerebrale spezzata. Torturato, mutilato ed umiliato. Dal ritrovamento del cadavere inizia una vera e propria opera di depistaggio da parte del governo egiziano, una menzogna dietro l’altra. Il regime di al Sisi costruisce varie tesi: dall’incidente stradale ai due sospettati per l’omicidio, fino ad accusare Giulio di essere una spia dei servizi segreti italiani o stranieri.

Verità per Giulio Regeni

Una verità che resta ancora sconosciuta ad un anno di distanza dalla morte di Giulio, coperta da numerosi segreti e da figure enigmatiche: prima fra tutte quella di Mohamed Abdallah, il leader del sindacato degli ambulanti che aveva parlato con Giulio e lo aveva denunciato alla polizia; e quella del ruolo del governo e della polizia egiziana, che impediva una reale collaborazione con il team di investigatori italiani. L’omicidio Regeni è diventato tristemente un assassinio di Stato, inserito in un contesto di interessi istituzionali ed economici rilevanti tra Italia ed Egitto, che hanno imposto una retorica diplomatica cauta da parte del governo italiano.

L’omicidio di Giulio Regeni è il chiaro segnale di una degenerazione del potere in Egitto: secondo Amnesty International la presidenza di al Sisi ha segnato un profondo deterioramento della situazione dei diritti umani nel Paese. Repressioni, sparizioni, denunce di torture, una crescente influenza nell’operato degli organi di stampa hanno trasformato la Repubblica egiziana in un vero e proprio regime autoritario, caratterizzato da un uso eccessivo della forza. Docenti, studenti, attivisti, scrittori, giornalisti, oppositori politici sono il bersaglio del regime: alcuni giornalisti sono stati accusati di diffondere “notizie false” ed imprigionati, altri accusati di offesa alla “morale pubblica”, mentre alcuni scrittori costretti a scontare pene detentive di 25 anni. Un attacco sistematico nei confronti della cultura e dell’informazione quello messo in atto dal regime egiziano, volto a sopprimere ogni voce dell’opposizione e ogni grido di denuncia. Sotto il governo di al Sisi, nell’agosto 2013, si è verificato in Egitto il più grande massacro dai tempi della “primavera araba” quando le forze di sicurezza hanno attaccato i manifestanti pro-Morsi, ex presidente egiziano.

al Sisi

Uso indiscriminato della violenza, apparato di polizia e servizi segreti conniventi con il regime, bavaglio alla stampa e alla cultura sono alcune delle caratteristiche che rendono un regime dittatoriale tale. L’intento è quello di annientare ogni pensiero deviante dalla dottrina promulgata dallo Stato, alla maniera del Grande Fratello di George Orwell: ogni azione deve essere controllata e non è previsto alcun tipo di dissenso. Al Sisi esercita il potere incutendo paura nel suo popolo, non ricercando un vero e proprio consenso, ma utilizzando ogni mezzo di oppressione e tortura.

Fonti: Internazionale; L’Espresso; Il Post; La Repubblica