Che poi questo non è neanche il più bello tra i racconti di Pirandello. Ciaula scopre la luna ha un altro spessore, un’altra profondità. Dal naso al cielo è un gioiellino, tiene il lettore con gli occhi attaccati alla pagina e il fiato sospeso fino alla fine. Questo no. Musica vecchia non ha colpi di scena. In effetti non succede molto, in termini di azione. Il motivo per cui l’abbiamo scelto non ha niente a che vedere con questo, non c’entra con la vera e propria trama. Si è trattato di istinto, di sensazioni, di percezioni. Perché Musica vecchia ha il profumo dei gambi delle rose fresche, appena comprate, la domenica mattina. Ha il colore di un rossetto caldo e delicato, il sapore dei bignè alla crema appena sfornati, è un pianoforte che suona accompagnato da un violino leggero ma costante, dolce, morbido. Stimola tutti i sensi, non ne lascia fuori neanche uno. Ecco, per questo l’abbiamo scelto.

La signorina Milla: il gusto. La signorina Milla con le guance arrossate, la signorina Milla che mangia le fragole. Una donna adulta ormai, figlia di musicisti, lei stessa musicista. La signorina Milla che si prepara, che si guarda allo specchio e osserva, con tenerezza, quel ciuffo di capelli ormai bianchi.

Questa la prima scena. Poi l’arrivo di due ospiti, di cui uno inatteso.

Hans Belger, violoncellista: l’udito. O meglio, il rumore. Compagno della signorina Milla, un tedesco appassionato di musica europea, un uomo presuntuoso, ingombrante, un po’ sciocco in fondo. Hans Belger entra a casa di Milla, in via del Governo Vecchio a Roma, si mette a suonare il pianoforte e aspetta la sua compagna per andare insieme a un concerto. Non nota che su una poltrona in un angolo, però, c’è un uomo piccolissimo, anziano, magro, quasi invisibile.

Icilio Saporini: l’olfatto. Anche lui musicista, emigrato negli Stati Uniti sessant’anni prima e tornato in patria sperando di trovare Roma esattamente come l’aveva lasciata nel 1849. Icilio Saporini ha il profumo di un pianoforte antico lasciato per tanti anni in una casa vuota. Le sue parole odorano di tempi passati, di legno antico, il suo sguardo è allo stesso tempo diffidente e tenero, gli occhi sfuggenti e la bocca serrata in un sorriso, anch’esso figlio degli anni e dell’esperienza.

Margherita Donetti-Rigucci: la vista. La madre di Milla, morta anni prima. Nel racconto, questo personaggio è in realtà un quadro su cui gli occhi di Icilio Saporini si posano in continuazione.

Adesso che abbiamo i personaggi, proviamo a mettere in piedi la storia. Non è importante, per noi l’articolo potrebbe finire qui. Ma manca ancora qualcosa, non sarebbe giusto e voi avreste ragione a protestare.

Dunque,  Milla e Hans Begler rappresentano il presente: due musicisti, amanti della musica, mondani, sostenitori del panorama musicale europeo. Icilio Saporini, invece, è un salto nel passato. È legato alla storia dell’Italia ottocentesca, di cui conosce personalmente i protagonisti ed è appassionato della musica italiana. Un uomo che non ha mai avuto fortuna, che è sempre stato ai margini in ogni àmbito: politico, sentimentale, musicale. Innamorato -ma non ricambiato- di Margherita Donetti-Rigucci, dopo sessant’anni torna a Roma e decide di andare da lei. Trova la figlia e con la figlia scopre il cambiamento di quegli anni. Partecipa alle feste che Milla organizza ma è nauseato, quasi disgustato da quel gusto così barocco. Si ritira in una casa lontana da tutto questo, solo con un pianoforte e lì trascorre gli ultimi mesi della sua vita, fino alla morte. Punto.

No, infatti, avete ragione: la trama non è un granché. Ma in questo sta la bellezza del racconto, e soprattutto in questo sta la grandezza dell’autore. Insomma, gli eventi rocamboleschi, le trame assurde, le storie d’amore sono accattivanti, anche se scritti male. O meglio: se scritti bene diventano capolavori, altrimenti rischiano di essere banale letteratura di consumo. In ogni caso, si fanno leggere. Lo stile può anche essere sacrificato, da qualche parte qualcuno si innamorerà della trama e andrà bene così. Ma decidere di sacrificare la storia è rischioso, ci vuole coraggio: lo stile è in primissimo piano, sotto tutti i riflettori e non si può sbagliare. Bisogna fare leva non sulla curiosità del lettore ma sulle sue sensazioni, sulla sua capacità di cogliere i dettagli e soprattutto bisogna insegnargli a vedere le sfumature, che a volte sono impercettibili. L’autore deve essere abbastanza bravo da visualizzare un’immagine, sentire un’emozione e metterle su un pezzo di carta in modo che il lettore veda quell’immagine e percepisca quella sensazione esattamente come lui. E Pirandello, naturalmente, ci è riuscito. Questo racconto è fatto solo di sensazioni, solo di profumi, di tenerezza, di dolcezza, di morbidezza.

Manca un senso, è vero. Abbiamo detto che Musica vecchia li stimola tutti, eppure non abbiamo nominato il tatto. Ci abbiamo pensato a lungo, in effetti non c’è un personaggio che lo evochi. Il che non significa, però, che questo quinto senso rimanga del tutto escluso. Non ha un ruolo da protagonista, è vero, ma c’è. E si nasconde nelle dita che sfiorano i tasti del pianoforte, nelle mani che accarezzano le corde di un violino, tutte immagini che accompagnano il lettore dall’inizio alla fine. È una sfumatura, appunto: va colta. E per coglierla dovete lasciare che il racconto si inserisca dentro di voi, dovete somatizzarlo, sentirlo non solo a livello razionale ma anche e soprattutto fisico. All’inizio sarà solo un’impressione, quasi un fastidio, un senso di indolenzimento. Nella parte centrale della storia diventerà più nitido, sempre invadente ma un po’ più motivato, quasi piacevole, comincerà a prendere forma, insomma. Alla fine però  sarà chiaro, lampante e allora, solo allora,  anche le vostre dita cominceranno a sentire la superficie morbida, fredda e accogliente dei tasti di un immenso pianoforte a coda.

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