Ho deciso: lascerò crescere il muro. Vi getterò sopra drappi colorati, accenderò candele e petali di rosa, per ricordarmi delle illusioni perdute. Quando piove esco a respirare l’odore dei mattoni e seguo col dito gli interstizi fra l’uno e l’altro; ogni giorno costruisco il disegno geometrico e privo di senso. Non mi rimprovererò più. Un muro silenzioso e unico, attorcigliato d’edera e di rovi, e lo lascerò crescere.

Ho deciso: lascio crescere il muro. S’è scavato le fondamenta in un qualche punto imprecisato fra il cuore e lo stomaco, e io non ho la forza per toglierne nemmeno una pietra. Ne farò il mio idolo, il mio oggetto d’adorazione; di notte seguirò la sua breve fosforescenza fino all’aperto e forzerò il vento a cambiare il suo giro. Rinchiudo l’orizzonte. Un muro rosso, profanatore e carceriere, e lo lascio crescere.

Ho lasciato crescere un muro fra me e me. Davanti ho acceso i ceri delle mie devozioni e ho sacrificato le mie benedizioni, dietro restano occhi che non ho guardato. Alle spalle rumoreggia la città, oltre vorrei fosse solo silenzio. Silenziosamente congiungo fra loro altri tre lati: ecco la prigione, ecco la gabbia, il tempio, il luogo, il sacro…

Di Samuela Serri

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