di Claudia Galeano

Che gli Stati Uniti non coincidano, molto spesso, con l’idea che ce ne si fa prendendo ad esempio le maggiori metropoli, è noto a chiunque li abbia visitati almeno una volta nelle sue zone rurali. Non deve quindi stupire che all’interno della stessa nazione coesistano numerosi opposti, e che alcune zone siano fortemente caratterizzate da diverse istituzioni. È il caso del Texas, noto per essere una delle roccaforti del Partito Repubblicano, delle idee conservatrici e dei principi confessionali cristiani.
Proprio in questo contesto il Senato dello Stato del sud si è visto presentare emendamenti che hanno trovato sicuro appoggio nella folta rappresentanza di antiabortisti dell’assemblea legislativa locale. Sono così state approvate due leggi che riguardano l’interruzione volontaria di gravidanza, destinate a far discutere.
In particolare, la prima impedisce ai genitori di fare causa ai medici se questi nascondono gravi malformazioni del feto, mentre la seconda obbliga il personale sanitario ad accertarsi della morte del feto prima di rimuoverlo. Entrambe sono state promosse a schiacciante maggioranza, 25 senatori a favore e appena 9 contrari. Coloro che hanno votato a favore sostengono che queste risoluzioni, contenute in un documento noto come “Bill 25”, sono state prese in funzione di un duplice vantaggio: proteggere i feti portatori di patologie e i medici dall’esorbitante numero di cause legali a cui sono potenzialmente esposti.
Contestualmente è stato anche approvato il “Senate bill 415,” che vieta alcune delle procedure più comuni per l’aborto nel secondo trimestre della gravidanza, subordinate alla verifica che le condizioni della donna lo consentano. Le dichiarazioni con cui il senatore repubblicano Brandon Creighton ha spiegato questi voti sono molto nette: “è inaccettabile – ha detto – che i medici possano essere puniti per avete difeso la sacralità della vita umana”.


Una presa di posizione di questo tenore ha spinto molte associazioni, oltre alle avvocature per l’autodeterminazione della donna, ad accusare i senatori di aver spinto i medici a mentire per evitare gli aborti. La legge, di fatto, amplia i margini di discrezionalità del medico che può decidere se e in quale misura informare i genitori delle eventuali patologie del feto, offrendo loro la consapevolezza di non essere penalmente perseguibili nel caso in cui scelgano di tacere circa la salute del feto perché sospettano che la futura madre, informata di malformazioni o malattie genetiche, intenda abortire. Non solo. Aggiunge la direttrice del Naral Texas Heather Busby, organizzazione che si batte per i diritti delle donne: “Si tratta di un altro tentativo sottilmente velato di impedire alle donne texane di accedere al diritto costituzionale all’aborto”.
Quella sull’aborto è senza dubbio una discussione spinosa, che coinvolge sensibili convinzioni personali e soggettive.
La domanda che però questa vicenda pone potrebbe però riguardare piuttosto la deontologia professionale dell’ordine dei medici, e il delicato concetto di trasparenza, se e in quale misura è possibile a un professionista mentire. Non si tratta soltanto, tuttavia, di rispondere alle proprie convinzioni (che le si consideri o meno legittime), ciò che viene posto in discussione è la possibilità di nascondere informazioni che potrebbero rivelarsi essenziali alla paziente e ai suoi familiari per fare una scelta consapevole.

Fonti: Dichiarazioni senatore, dichiarazioni Naral, foto 1, foto 2