La pratica della mummificazione oggi ci consegna centinaia di corpi, relativamente ben conservati, di sovrani e funzionari di migliaia di anni fa, ma allora aveva un significato religioso.

I primi tentativi di mummificazione documentati sono precedenti all’epoca dinastica –prima del III millennio a.C.-, quando gli antichi Egizi iniziarono a costruire tombe per i morti e notarono che, diversamente da quando li interravano, i corpi si guastavano. Il corpo però era essenziale anche dopo la morte, perché il ka del defunto –la forza vitale che accompagna la persona nella sua vita- sarebbe stato capace di ritornare solo se questo fosse stato ben conservato. Un corpo danneggiato non sarebbe stato riconosciuto dal ka e il proprietario avrebbe perso la possibilità di vivere nuovamente, incorrendo in una seconda morte.
Così iniziarono a sperimentare nuovi metodi per conservare le salme: le tecniche si sono evolute notevolmente nel corso dei secoli fino a raggiungere il loro apice durante il Nuovo Regno –seconda metà del II millennio a.C.- e nella successiva XXI dinastia, quando queste procedure divennero comuni per coloro che potevano permettersele. Abbiamo solo descrizioni molto tarde della mummificazione, del I millennio a.C., attribuite ad Erodoto e a Diodoro Siculo, ma oggi le mummie stesse forniscono maggiori informazioni.

Vasi Canopi di Neskhons, moglie di Pinedjem II, di calcite con teste di legno. Da Deir el-Bahri, del 990-969 a.C. circa

Il procedimento iniziava nel Per-nefer, la Casa della Mummificazione. Dopo aver rotto l’osso etmoide tra le orbite oculari, il cervello veniva rimosso con un lungo uncino; attraverso un’incisione della zona sinistra dell’addome, venivano asportati fegato, intestini e polmoni, mentre il cuore -considerato la sede dell’intelletto e delle emozioni- veniva lasciato nel torace. Gli organi interni venivano imbalsamati separatamente e deposti negli appositi vasi canopi per essere conservati. L’addome veniva pulito e riempito con vari materiali per mantenere la forma originale, poi ricoperto di sale di natron -carbonato e bicarbonato di sodio- per seccare i tessuti.
Dopo circa 40 giorni, il corpo era portato nel Wabet, la Casa della Purificazione, dove veniva sottoposto alle procedure finali: il lavaggio con acqua e il riempimento delle cavità del cranio -talvolta anche sotto le palpebre- e del torso con resine; infine l’incisione addominale veniva ricucita. La salma, ricoperta nuovamente di oli, veniva avvolta in fini bende di lino in molti strati, all’interno dei quali erano collocati gioielli e amuleti. Il processo completo durava circa 70 giorni.

Per facilitare il riconoscimento del corpo, il nome del defunto veniva talvolta scritto sui bendaggi o sul sarcofago, così che il ka riuscisse a farlo tornare tra i vivi. I ka non sono ancora tornati ai loro corpi, ma grazie a questo rito la cultura egizia non è mai morta del tutto.

Fonti:
K.A. BARD (ed. it. a cura di R. FATTOVICH), Archeologia dell’antico Egitto, Roma, Carocci editore, 2013;
R. SCHULZ, M. SEIDEL, Egypt: The World of the Pharaohs, Ullmann, 2010.

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