Montalto di Castro è una ridente località balneare al confine tra Lazio e Toscana, un piccolo borgo di novemila abitanti immerso nella Maremma, non famoso per la sua bellezza, bensì per la presenza di una gigantesca centrale termonucleare visibile a chilometri di distanza.

A dire il vero questo impianto, che in origine si chiamava Centrale dell’Alto Lazio, ha avuto una storia molto travagliata sin dal 1982, data di inizio della sua costruzione. Infatti non fu mai effettivamente operativa sia per le numerose proteste degli abitanti della zona, sia per il referendum sull’energia nucleare indetto nel 1987, dopo il disastro di Chernobil, che ne sancì la definitiva inattività. Fu così riconvertita in termoelettrica ed attualmente è conosciuta come Centrale Alessandro Volta.

Centrale Alessandro Volta

La presenza di questo colosso di cemento, simbolo di una “modernità” che non è più tale, stride molto con ciò che lo circonda. Infatti percorrendo le strade intorno Montalto si osservano greggi di pecore che brucano l’erba e pascolano su grandi praterie, e fitti boschi che le dividono l’una dall’altra. Numerosi sono anche gli agriturismi che producono, tra gli altri prodotti, formaggio pecorino. Per non parlare del parco archeologico di Vulci, antica città etrusca che regala a chi lo visita un paesaggio unico fatto di bellezze naturali e storia.

Montalto di Castro

Da qualche anno è nato proprio in quest’area uno dei più grandi parchi fotovoltaici d’Europa (oltre che uno dei più produttivi del mondo) in grado di sostenere il fabbisogno di elettricità di un agglomerato urbano di 24mila abitanti. Un impianto che consente un risparmio di 78 000 tonnellate annue di CO2. Un bell’esempio di produzione di energia pulita a due passi dall’ecomostro che per anni è stato oggetto di diatribe e discussioni, e che continua ad esserlo tuttora.

La centrale Volta, visibile dal lungomare, non ha mai operato a pieno regime, ma nonostante ciò, continua ad essere altamente inquinante (produce un milione di tonnellate di anidride carbonica all’anno) e tenerla aperta rappresenta più un costo che un guadagno.

Impianti fotovoltaici e greggi di pecore

La sua chiusura definitiva sarebbe auspicabile, e secondo alcune voci potrebbe avvenire a breve.

In tal caso la mega struttura non avrebbe altro scopo che simboleggiare un modello di sviluppo energetico che nel corso degli ultimi decenni ha portato pochissimi benefici a fronte di enormi danni all’ambiente. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, il contrasto paesaggistico potrebbe valorizzare l’area conferendogli un fascino “post-atomico”, con la natura che (nonostante tutto) ha avuto il sopravvento sull’uomo e sulle sue abominevoli opere di cemento. Ma di certo sarebbe stato meglio se non fosse mai esistita.

 

Fonti:

www.enel.it

www.atlanteitaliano.cdca.it

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