I Poeti Maledetti si amano specialmente da adolescenti. Rimbaud, Baudelaire, Verlaine hanno costituito per molti ragazzini una suggestione, quasi una mitologia: il poeta scapestrato, malvisto, bohémiene, ramingo e via dicendo.

Questa fascinazione è facilmente associabile ad un’età di passaggio quale l’adolescenza, un momento in cui si cercano perlopiù risposte contrarie a quelle più comuni, giusto per trovare una propria strada, un proprio luogo (una tappa essenziale per la crescita dell’individuo). Riesce facile associare queste due concezioni, perché i poeti maledetti hanno descritto con forza e lucidità un mondo che stava cambiando, un mondo che volgeva verso una società di massa. Il poeta deve per la prima volta affrontare il tema della Città come dimensione poetica. Non è più protetto dalla corte, né da Mecenati di varia natura: il poeta si ritrova solo di fronte ad un fenomeno che ha bisogno di essere nominato.

È così che in poesia cominciano ad emergere tematiche che prima sarebbe stato difficile anche solo pensare di mettere in versi. Un esempio preconizzante può essere il Barocco, ma ovviamente in forme diverse. È proprio da questa nuova concezione di poesia che nasce l’aggettivo maudits: questi poeti trattavano soprattutto il male di una società annichilita dalla incipiente massificazione, che ha raggiunto il suo apice nel ‘900. Baudelaire, infatti, nel proemio dedicato Au Lecteur, che apre Les Fleurs du Mal, vuole parlare de “La sottise, l’erreur, le péché, la lésine, (…)”, ovvero “Il sottinteso, l’errore, il peccato, la lesina”. Non a caso questo proemio, per la prima volta forse nella Storia della letteratura, si rivolge Al lettore e non a una divinità. Già questo è un grande segnale: non interessa il cielo, bensì la terra, con tutte le sue impurità, l’errore appunto, il peccato, non la redenzione. Insomma, Baudelaire vuole trattare di tutto quello che concerne l’umano, compreso il male, parola chiave di tutta la raccolta.

Non deve stranire quindi la censura che hanno subito delle poesie incluse nei Fiori del Male, perché caratterizzate da un contenuto esplicitamente sessuale. Da sempre l’autorità si è soffermata sul sesso, cercando di tenerne sotto controllo l’espressione, ma questo è un altro discorso.

Stupisce piuttosto come abbiano lasciato passare poesie in cui si parla di omicidio, criminalità, orrori, tutte cose che Baudelaire lega alla Bellezza, grande protagonista dei Fiori del Male. Questa divinità, la Bellezza, ha tratti chiaroscuri, sfumati, difficilmente definibili, per cui non si riesce bene a capire la sua entità fino in fondo: la manifesta secondo il canone dell’ossimoro, per cui essa dispensa contrari, prescindendo da chi si trova davanti.

Questa concezione della Bellezza può stupire, perché, se si legge l’Hymne à la Beauté, la ventunesima poesia della sezione Spleen et Idéal, si nota subito una forte tensione di contrari, per cui ci si chiede da dove venga, se “dal cielo profondo o (…) dall’abisso”. Questa domanda riecheggia per tutta la poesia, sotto varie forme, tracciando un’immagine di Beauté come personificazione di qualcosa che prescinde dal giudizio, perché “che importa se tu rendi (…) / L’universo meno orribile e gl’istanti meno grevi?”. Quindi sono giustificati omicidi, derisioni di cadaveri, cattive azioni in generale, tutto perché fatte dalla Bellezza, che non trae la propria linfa dalla staticità neoclassica, bensì dall’umanità e da tutto il suo portato, quindi anche dall’omicidio e dal delitto.

Infatti, con questo inno Baudelaire mostra come anche il crimine vada compreso dal lato del bello e non come qualcosa di orrendo tout court: soggetivizza chi lo compie, dandogli dignità di uomo, quale tutti gli altri. E proprio attraverso questo passaggio si capisce come la differenza tra bene e male sia solo un contesto, una macchia inespressiva di una realtà molto più complessa e, in definitiva, sfumata.

La bellezza “si può paragonare al vino”, ovvero allo strumento per eccellenza di incoscienza, incapacità di discernere e distinguere, perché “versa confusamente la buona azione e il crimine (…)”. Basti pensare a come siano divinizzate certe battaglie, a come siano ammirati eroi assassini, massacratori di uomini, quali Achille, Ettore, Rolando: l’omicidio su larga scala rende l’uomo semidio. È con una serie di domande che Baudelaire smaschera tutti i preconcetti e l’ipocrisia (“ – Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère!”) che caratterizza l’idea del Bello.

Solo in questo modo si può abbattere la divinizzazione dell’omicidio, arrivando ad una concettualizzazione di bellezza che prescinde dall’essere “Angelo o Sirena”, ma vive nel mezzo, dando la giusta voce a quello che gli occhi sanno a malapena spiegare.

Del resto, per fare un parallelo con l’oggi, la mafia va colpita proprio dove si ritiene più forte: ossia nel concetto di bellezza che sottende, svelando quell’ipocrisia disgustosa che porta con sé, rafforzata da ideali deliranti, che brancolano tra mitologia romana e spoglie di un onore che ristagna in concettualizzazioni primitive dell’uomo.
Baudelaire ce lo insegna con queste quartine, che ho tradotto seguendo l’edizione curata da Claude Pichois, edita da Gallimard nel 1972 e rivista nel 1996.

Tuttavia, prima di lasciarvi ai suoi versi qualche raccomandazione: notate come tutto sia impostato sulla domanda e non sull’affermazione. Infatti, poche sono le affermazioni (e sono comunque colme di incertezza e sfumature). Questo perché Baudelaire ha saputo cogliere in questi versi il fascino del male, scarnificandolo e dandogli un nome.

Che si debba iniziare da qui, una poesia, per reindirizzare la nostra concezione di lotta al crimine organizzato? Ovvero, che il problema non sarà mai risolto definitivamente finché non si andrà alla radice dell’esigenza del crimine, che molto spesso non è la fame, bensì una fascinazione terribile e mortifera, per l’appunto una Bellezza?

Inno alla Bellezza

Vieni dal cielo profondo o emergi dall’abisso,
o Bellezza? il tuo sguardo, infernale e divino,
versa confusamente la buona azione e il crimine,
e per questo ti si può paragonare al vino.

Tu contieni nel tuo occhio il tramonto e l’aurora;
tu spargi profumi come una sera tempestosa;
i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora,
fanno l’eroe stanco e il bimbo coraggioso.

Emergi dall’abisso nero o discendi dagli astri?
Il Destino affascinato segue le tue sottane come un cane;
tu semini a caso la gioia e i disastri,
e tu governi tutto e non rispondi di niente.

Tu cammini sui morti, Bellezza, e te ne fai gioco;
dei tuoi gioielli, l’Orrore non è il meno affascinante,
e l’Assassinio, il più caro tra i tuoi pendagli,
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

L’effimero barbaglio vola verso te, candela,
crepita, infiamma e dice: Benediciamo questa fiamma!
L’amorino palpitante chino sulla sua bella
ha l’aria d’un moribondo che carezza la sua tomba.

Che tu venga dal cielo o dall’inferno, che importa,
o Bellezza! mostro enorme, sconvolgente, ingenuo!
se il tuo occhio, il tuo sorriso, il tuo piede m’aprono la porta
d’un infinito che amo e non ho mai conosciuto?

Di Satana o di Dio, che importa? Angelo o Sirena,
che importa, se tu rendi, – fata dagli occhi di velluto,
ritmo, profumo, lucore, o mia unica regina! –
l’universo meno orribile e gl’istanti meno grevi?