« Avea non so quali controversie con l’Ariosto, ma le ventilava da sé; e un giorno, mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l’Oceano rompea sulla spiaggia, esclamò: “Cosi vien poetando l’Ariosto” »

L’ottava dell’Ariosto è famosa. Un’ottava dorata, talmente bella e ben calibrata da suggerire a Foscolo l’immagine delle onde del mare (quello della Manica, che, ahimé, vide spesso nella sua vita): perfettamente compiute in loro stesse, ma continuamente ritornanti, all’infinito. Così è la poesia del poema ariostesco: un’epica moderna, in cui gli eroi sbagliano e impazziscono, altri si perdono, altri si emancipano; i cavalli sono intelligenti quanto i loro cavalieri (“Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!” – d’altra parte l’Ariosto stesso si definiva un “cavallaro”), le principesse si innamorano dei mori e i paladini solcano i cieli con bestie volanti. Una poesia che è metà poema classico e metà chanson de geste  canterina, che adotta l’ottava del trecento e ne fa poesia levigata e soave[1]. Alto e basso, popolare e colto si incontrano nell’Orlando Furioso, senza dimenticare la dimensione narrativa: a comporre il poema è l’intrecciarsi, il nodo, delle vicende di tutti i personaggi: da Angelica a Orlando a Medoro, a Ruggero e Bradamante, a Rodomonte e Doralice e Isabella. L’autore ne tesse le storie come un bravo sarto, o musicista, riprendendo e allo stesso tempo distruggendo l’impianto del romanzo della queste medioevale. Se da una parte infatti lo sciogliersi delle vicende riprende l’idea prettamente rinascimentale dell’uomo armonico, padrone di sé e del suo mondo e che si forgia a contatto con l’esperienza, dall’altra c’è sempre un elemento che sfugge, un qualcosa di oscuro e torbido che è follia, che è iucundum quidam mentis error, che è il senno di Orlando che se ne va ma soprattutto la consapevolezza di Astolfo che questo può sempre essere perduto e ritrovato: è il 1494, la calata di Carlo VIII, il motivo per cui Ariosto non è Boiardo e non può credere fino in fondo nell’amor cortese. È la crisi del rinascimento, di Ferrara, che Ariosto tratta con ironia e con grandi metafore: quella del castello di Atlante, ad esempio. Verrà presto il clima da cui scaturiranno i Cinque canti e il mondo tribolato e contraddittorio del Tasso.

Ariosto non è Boiardo, appunto. Ma del Boiardo è fortemente debitore – di trama e personaggi, per cominciare. Che poi l’Angelica del Furioso sia completamente diversa da quella dell’Innamorato, tutti d’accordo. Se là era emblema di bellezza e figura femminile per eccellenza, qui è il simbolo dell’incompiuto, della ricerca perenne, di quel qualcosa che ci sfugge e che non raggiungeremo mai, per esempio. Eppure i personaggi son gli stessi; ogni canto in cui si snodano storie parallele sembra una puntata di una qualche serie televisiva attuale, dove i protagonisti sono molteplici e le storie vengono interrotte sempre sul più bello – lo stesso meccanismo dei romanzi d’appendice ottocenteschi. Lo stesso meccanismo delle fan fiction attuali, dove i fan, per l’appunto, riprendono e rivisitano le storie dei loro scrittori preferiti, a volte inventando nuovi finali e nuove avventure. Recentemente si è parlato molto della scrittrice inglese Sophie Hannah, già definita “la nuova Agatha Christie”, che ha deciso di “resuscitare” il personaggio di Hercule Poirot (il noto detective belga) per una nuova avventura. La scrittrice ha dichiarato il suo essere un grande atto di amore nei confronti della Christie e dei suoi libri. Ugualmente, o in maniera molto simile, deve averla pensata l’Ariosto, raccogliendo il testimone (geografico prima che poetico) del Boiardo, cominciando un’opera che doveva semplicemente divertire la corte estense, e finendo per trasformarla in un grande compendio artistico di un’epoca, in un capolavoro. E se nonostante questo il fenomeno delle fan fiction vi sembra ancora nuovo, basti pensare alle innumerevoli riscritture del mito, da Borges alla Yourcenar, dalla Wolf a Joyce. E l’Ariosto con suo genio va dove vuole: fin sulla luna e ritorno.

Se c’è una cosa che ho imparato appena messo piede nella facoltà di lettere è che non importa cosa si dice ma come lo si dice. E se c’è una cosa (una delle molte, in verità) che l’Ariosto può insegnarci in questo 540esimo anniversario è a tenere aperte le frontiere della mente. A seguire i numerosi fili che il mondo intero tesse intorno a noi. A guardare tutto con occhi nuovi, puliti da idiozie e preconcetti, e a fruirne con intelligente ironia. Noi come lui in tempo di crisi senza lasciarci andare a facili lamentazioni o torbidi pensieri, riuscendo ad accettare che c’è un lato negativo nelle cose, c’è un lato senza senso e che va bene così, è giusto, e prima ne prendiamo coscienza meglio è. E dal punto di vista strettamente artistico: che non importa se i personaggi siano tuoi o se siano un’abile riscrittura di quelli altrui: all art has been contemporary

[1] Così il Contini: “si tratta per lui di vincere questa scommessa: mantenere la conquista lirica del Poliziano e non rinunciare al carattere narrativo”.

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Samuela Serri