Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la fine dell’egemonia europea sul resto del mondo, gli USA possono finalmente completare il processo di Imperialismo culturale sulla parte Occidentale del mondo. Imperialismo che ha coniato la società in cui viviamo anche oggi, e che nel momento del suo massimo splendore – la cosiddetta società del benessere appunto – non ha risparmiato nemmeno l’arte.

Nell’immediato dopoguerra, infatti, si era diffuso negli Stati Uniti il movimento dell’Espressionismo Astratto che era eco dell’europeo Informale. I due movimenti differivano sostanzialmente per una maggiore vivacità di colore nella corrente americana. Tuttavia, queste nuove mode non ebbero molto successo presso il grande pubblico a causa della loro difficile comprensione. Ecco quindi che, parallelamente a loro, si sviluppò un nuovo modo di fare Arte: la Pop-Art. Il nome non deve ingannare: Pop non è abbreviazione di popolare, ma è inteso come di massa. L’arte diventava esattamente come un qualsiasi prodotto industriale, e i nuovi miti sapientemente riprodotti su tela erano proprio gli oggetti di maggior consumo da parte del pubblico.

Maggiore e celeberrimo esponente di questo movimento è senza dubbio Andy Warhol. Il suo nome è già una costruzione e divenne un mito ancora in vita. Un mito che rappresentava altri miti. L’Omero della Pop-Art. Nato come Andrew Warhola (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987)  si rese lui stesso un prodotto di massa, orchestrando e ben meditando una propria e continua campagna pubblicitaria. Nelle opere di Warhol non c’è nulla di soggettivo. Come gli artisti rappresentavano episodi della Bibbia in immagini perché erano pochi coloro che sapevano leggere, così l’artista di Pittsburgh sapeva che la gente comprende solo ciò che conosce.

Ecco il motivo di due delle sue opere più famose: Green Coca-Cola Bottles e Campbell’s condensed soup.  Nella prima Warhol, ripetendo continuamente lo stesso oggetto-soggetto, ci ripropone l’ossessiva ripetizione di un prodotto che allora come oggi martella il cittadino moderno. E’ l’artista che osserva un prodotto, invitando il pubblico a fare lo stesso. Nella seconda opera, la minestra Campbell’s, l’artista si propone solamente di portare un prodotto da supermercato in una galleria d’arte, rendendo artistico il quotidiano e smitizzando la stessa arte. Andy Warhol, nella sua arte, riesce a togliere il significato a qualsiasi cosa, anche agli eventi di cronaca. Esattamente come per Marilyn e Mickey Mouse, egli prende immagini anche terribili di incidenti automobilistici o della sedia elettrica e le svuota di significato, ripetendole in serie e aggiungendo loro un colore spesso vivace.

“Incredibile quanta gente appende nella propria
camera da letto un quadro raffigurante la sedia elettrica,
soprattutto quando i colori del dipinto sono uguali
a
quelli delle tende”

Esattamente in maniera opposta lavora l’altra faccia della Pop-Art, la sua resa sofisticata e il suo recupero di soggettività e significato. Roy Lichtenstein (New York, 27 ottobre 1923 – New York, 29 settembre 1997) rappresenta il lato opposto del movimento che mercificò l’arte. Interessato al design, alla pittura e alla musica fin da bambino, ebbe una formazione artistica tutta americana. Caratteristica principale e opere ispiratrici dell’artista newyorkese sono i fumetti, un altro emblema e simbolo della società degli anni ’60.

Egli prende una qualsiasi scena di un fumetto, che da sola non avrebbe senso né significato, e ne ingigantisce arbitrariamente le dimensioni, dandole una sua interpretazione. E’ il caso di Whaam!, una vignetta che rappresenta un duello aereo in cui un caccia coi simboli statunitensi ne abbatte un altro. Dipinto nel 1963 esso è probabilmente una protesta alle continue spedizioni belliche condotte dagli americani, in primis la guerra del Vietnam. Segno distintivo dell’autore sono i marcati contorni neri, presenti in tutte le sue creazioni. Mantenendo poi le somiglianze con i fumetti, egli distribuisce poi il colore in modo  “banale”, come lui stesso provocando voleva essere, per  non avere alcun tipo di sfumatura.

Inoltre egli si avvale della retinatura tipografica: il colore viene, cioè, spruzzato sulla carta passando per una fittissima rete metallica. I puntini che ne escono, quindi, rendono sulla carta un effetto pulito e omogeneo. Negli ingrandimenti di Lichtenstein, però, l’effetto è chiaramente e volutamente visibile. Più che negli sfondi o negli accessori, Lichtenstein si è servito di questa tecnica soprattutto per i volti umani, come è visibile in M-Maybe (A Girl’s Picture). Mentre i capelli della ragazza sono di un biondo uniforme e privo di sfumature, il viso e altre particolarità  sono puntinati, conferendo all’opera quasi un aspetto astratto e straniante. Conoscendo bene le tecniche e le avanguardie europee.

Lichtenstein non disdegna di rappresentare anch’egli dei paesaggi nei suoi dipinti. Tuttavia, egli è un artista pop, prende lo stile delle sue opere dal fumetto, ma non necessariamente i temi. E per rappresentare al meglio la superficialità della società dei consumi a lui contemporanea, decide di mischiare i colori e lo stile limitati di un fumetto al simbolo stesso della civiltà in cui è nato: la cartolina. In Temple of Apollo IV svuota di ogni significato le rovine del Tempio di Apollo. Il Tempio è infatti bianco, e privo di sfumature, crepe o nervature caratteristiche dei luoghi sacri dell’antichità ellenica; e sullo sfondo non c’è il tipico paesaggio mediterraneo, ma un paesaggio astratto e cromaticamente privo di collegamento. Così Lichtenstein rappresenta come secondo lui la società di massa vede l’antichità: un altro mito da consumare, guardare e poi gettare.

“Dipingo le cose come le si vede qui in America: McDonald’s, non Le Corbusier”

Lichtenstein è inoltre famoso anche per le sue reinterpretazioni di opere passate, dai Caravaggio ai Picasso. Anche lui rappresenta un “bacio”, o una natura morta, o anche lui si serve della tecnica del cubismo, destrutturando una realtà. Ma la sua reinterpretazione è sempre un modo per denunciare la società frivola che egli vive: queste opere non differiscono da quelle già citate. Pur essendo parodie di opere del passato mantengono sempre le stesse caratteristiche; ovvero nessuna sfumatura, colori economici e accesi, mancanza di un vero significato.


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