Abbiate fiducia nel progresso, che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza.”
“Mi sto avviando sulla strada della mortifera morte?
Sarà questo attrezzo ad assestarmi il colpo finale
dopo che non ci sono riuscite le sbronze, le donne,
la povertà?
Forse Whitman ride di me dalla sua tomba?
Forse a Creeley gliene frega qualcosa?
E queste righe saranno mese bene?
e io?
Ginsberg farà risuonare il suo urlo?
Dammi conforto!
Rendimi felice!
Rendimi buono!
Rendimi attivo!
Sono di nuovo vergine.
Un verginello di settant’anni.
O macchina, ti prego, non fottermi
oppure fottimi.
Tanto a chi importa.
Parlami, o macchina!
Possiamo berci qualcosa insieme.
Possiamo divertirci un po’.
Penso a tutta quella gente che mi odierà perché ho questo
computer.
Vorrà dire che li metteremo nel mucchio
insieme agli altri
e andremo avanti.
Insomma questa non è
la fine,
è l’inizio.”
Henry Charles Bukowski

“Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti. Ogni movente di cotesto lavorio universale, dalla ricerca del benessere materiale, alle più elevate ambizioni, è legittimato dal solo fatto della sua opportunità a raggiungere lo scopo del movimento incessante; e quando si conosce dove vada questa immensa corrente dell’attività umana, non si domanda al certo come ci va. Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.”
Giovanni Verga

“sugli spalti si accendono migliaia di fiammelle
tutti ti guardano tutti guardano tutti
la sua musica la sentivamo come nostra una rottura delle regole del gioco
ma forse si rompeva gia` prima all’interno di ciascuno
la sua voce irriducibile come la tua alla rassegnazione per tutto cio` che di disumano ti circonda
passando tra i corpi inquieti percorrendo quasi di corsa tutto lo spazio tornando indietro
se una nuova vocalita` puo` esistere deve essere vissuta da tutti e non da uno solo
con tanta rabbia
dentro di me sale la rabbia sorda che mi hai svegliato tu un mondo che non ho
alzandomi in piedi mi raggiungevano folate di vento e di musica che sembravano arrivare direttamente dal centro del cielo
noi inadeguati senza armi senza trappole con le candeline accese
ora si sta avvicinando un gran temporale lampi all’orizzonte sul mare e sulla linea del bosco”
Nanni Balestrini

Verga nella prefazione ai Malavoglia, cita la conosciuta e ormai famosa “fiumana del progresso”, intesa dall’autore in senso negativo. Il progresso schiaccia e abbandona le persone più povere e misere, i cosiddetti “vinti”. Essi infatti non ricevono nessun ringiovimento dalla modernità, che sembra troppo lontana dalle loro vite. Non è lo stesso per noi. Ormai la nostra è un’ incessante corsa ad accaparrarsi il prodotto migliore, l’oggetto più inutile, ma più alla moda. E’ provato ormai che in una famiglia media tutti i componenti abbiano un cellulare e a volte addirittura un computer a testa. Probabilmente se Giovanni Verga ritornasse nel regno dei vivi rimarrebbe stupito e quasi spaventato dalla realtà che lo circonda. Se a quei tempi erano le lampade ad olio e la rumorosa ferrovia a riempire i suoi scritti, oggi non ci stupisce più niente, nemmeno quando sentiamo di uomini sposati con robot. Cos’è cambiato? Siamo noi ad essere diversi, o è il mondo che va talmente veloce, che ormai ci abbiamo perso le speranze? Eppure Bukowski scrive versi spaventati e quasi denigratori nella sua “poesiola al computer”. Ha paura che lo odino, o che addirittura la macchina stessa “lo fotta”. Però non ha paura di affermare che ormai questo non sia più la fine, ma bensì l’inizio.
L’inizio della fine o di qualcosa di davvero migliore?
Alla domanda se dalla tecnologia possano nascere nuove forme di poesia, Nanni Balestrini (il primo uomo a scrivere una poesia al computer) , è sicuro della sua risposta : assolutamente no. “Nonostante il fascino che sprigiona, rimane soltanto uno strumento, utilissimo per la realizzazione di forme inedite, che però non sono da esso determinate e create.” Ma anche lui è convinto che però questa non sia la fine, ma bensì “si aspetta con impazienza qualcosa di nuovo e di diverso”.

Perciò, anche noi, seduti davanti ai nostri televisori a schermo piatto, non possiamo che sperare che la tecnologia rimanga sempre una nostra fedele amica, se no come lo passeremmo un noioso mercoledì sera chiusi in casa?
Leggendo una poesia, o guardando “Amici di Maria De Filippi” in prima serata?

A cura di Anita Mestriner