Innanzitutto, c’è da dire che il Reale Istituto Neerlandese di Roma è veramente un gran bel posto.

Un gran bel posto che martedì 7 marzo 2017 ha ospitato un convegno sul tema delle future elezioni in Olanda.

Il primo intervento è stato un bel tuffo nella storia, lo sviluppo della “piccola Olanda”, così definita dalla relatrice, rispetto alle grandi potenze nell’immediato Dopoguerra. La “piccola Olanda” che nel 1945 nomina il primo governo del Dopoguerra, per avviare la ricostruzione del Paese. La “piccola Olanda” che inizia a garantire ai propri cittadini innovazione e stabilità, la “piccola Olanda” che, nonostante rimanga legata ai rapporti con le grandi potenze, diventa un riferimento grazie alla sua diplomazia. Un’Olanda che non è poi così tanto piccola, insomma, e un intervento necessario per entrare nel vivo della questione.

 

Se avevo immaginato qualche riferimento all’Italia, ero altrettanto certa che ci sarebbe stato un confronto. Confronto che è arrivato, tempestivo e puntuale, con il secondo relatore. Maarten Van Aalderen, l’ex presidente della stampa estera a Roma, infatti, ci ha tirato in ballo. E occupandosi di stampa, è proprio lì che ha colpito.

Avendo avuto la possibilità di notare innumerevoli volte il morboso e grottesco gusto che gli italiani hanno nei confronti di tutto ciò che riguardi, anche alla larga, morte, tradimenti e uccisioni violente, sono rimasta stupita quando la nostra stampa è stata accusata di ignorare la cronaca. “Meno male”, ho pensato. E, a dir la verità, sono ancora stupita: è incredibile come una prospettiva diversa possa far cambiare anche qualcosa di estremamente obiettivo, come può essere il numero di servizi dedicati a un ambito o a un altro in un telegiornale. Dunque, a quanto pare, in Italia ci si occupa poco di cronaca. Di cronaca e di politica estera, per l’esattezza. E sono stati tirati in ballo fior fiori di giornalisti, Enrico Mentana compreso, accusato di avere un’eccessiva passione per la politica italiana. Insomma, il fatto è che in Italia i telegiornali vengono fatti per e dai partiti politici. E, oltre a questo, l’ex presidente della stampa estera, ci ha definiti un po’ troppo litigiosi -in campagna elettorale e non- rispetto al temperamento docile degli olandesi. In sostanza, gli italiani sarebbero di parte e fumantini. Volendo generalizzare, in effetti, non fa una piega.

 

L’ultima parte del secondo intervento è entrata nel vivo delle elezioni, che sono state protagoniste del terzo e ultimo intervento. Rutte, il liberale che di lì a qualche giorno avrebbe vinto le elezioni, è stato nominato due o tre volte. L’attenzione era tutta polarizzata su due candidati: Wilders, di estrema destra, e Klaver, di sinistra, aperto all’immigrazione, pronto a impegnarsi sulla green economy. In particolare, l’ultimo intervento era tutto incentrato sul timore che Wilders potesse effettivamente farcela e che Klaver soccombesse. Wilders e la sua mancanza di elementi economici strutturali, di un programma politico concreto, Wilders che provoca, che si limita a soffiare sul fuoco. E Klaver, con un programma ben preciso ma forse ancora troppo astratto, che ha convinto alcuni dei relatori ma certamente non il popolo olandese, che ha eletto Rutte.

Una campagna elettorale si segue ovunque, ormai: in televisione, sui giornali, su internet. Basta informarsi. Quello che, per la sua natura estremamente impalpabile, è invece più difficile da seguire, è il modo in cui ogni popolo percepisce le proprie elezioni, la propria politica, e quella degli altri paesi. Questo è un dato che si può acquisire solo con il contatto diretto, sentendo cosa le persone hanno da dire, le loro opinioni, condivisibili e non. Ecco, un convegno sulle elezioni olandesi è stato un pretesto per informarsi ma anche e soprattutto per imparare a vedersi da fuori, capire che il proprio modo di percepire la politica non è l’unico esistente e soprattutto capire che, da dentro, l’obiettività si sfuma, è impercettibile, quasi non esiste.

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