07:32 am
26 aprile 2018

Il marinaio senza nave

Il marinaio senza nave

Immobile fissava l’orizzonte.
Lo chiamavano il marinaio senza nave, ma lui aveva la sua Columbus, solo che l’aveva ancorata altrove.
Di questo, però, erano a conoscenza solo quattro persone in tutto: la cameriera del Rosebund Inn, sua madre che però era morta da sei anni, il suo mozzo che era rimasto altrove e la donna di cui non parlava mai.
Per tutti gli altri era il marinaio senza nave, che non ne possedeva alcuna, che non si decideva a prestare servizio su nessuna, che da dieci anni fissava l’orizzonte dal porto.
I più, banalmente, credevano stesse aspettando qualcuno. Erano nate molte storie e nella maggior parte era dipinto come un eroe romantico che invano attende ciò che mai approderà. In certi casi era il carico che avrebbe dovuto dargli fortuna, in altri era la sua nave scampata a un naufragio, in altri ancora la sua amata persa chi sa dove.
L’unica certezza, in quel paesino di pescatori, era che avesse perso o il senno o la memoria insieme alla cosa, qualunque essa fosse, che stava sperando arrivasse.
Io non so se lo avessero interrogato direttamente, domandagli le ragioni del suo rituale, della sua sveglia prima dell’alba, della sua fissità, della sua costanza, del passo calmo con cui si avvicinava al molo e del passo calmo con cui se ne allontanava, la sera, dopo il tramonto. So che erano nate storie, che i bambini giocavano a campana ripetendo una filastrocca incentrata su di lui, che davanti al camino i padri di famiglia ancora raccontavano ai più piccoli versioni sempre diverse le une dalle altre. All’inizio era un pettegolezzo, ma dopo dieci anni erano in pochi a farci caso, qualche visitatore di passaggio, qualcuno che ancora lo reputava un uomo in carne e d’ossa, non il protagonista di una leggenda.
Per gli altri, invisibilmente, non stava nemmeno più aspettando.
E mai, come in quel momento, si erano avvicinati alla verità.
Io la conosco proprio perché sono una delle quattro persone a cui l’aveva confidata, sono la donna di cui non parlava mai.
Tutti, chiusi nel loro porto sicuro, avevano sempre ipotizzato che stesse aspettando una venuta, non un pretesto per partire. In realtà fissava l’orizzonte per trovare il coraggio di raggiungerlo. All’inizio lo tratteneva la cameriera del Rosebund Inn di cui era innamorato, ma poi lei si sposò. Restava sua madre, anziana e malata, ma poi lei morì. Null’altro lo legava a quel paese se non il passato. Perciò inizio a maturare in lui l’idea di dover compiere un viaggio, un viaggio su quella nave che aveva acquistato e ormeggiato altrove, con quel mozzo che ancora non aveva mai conosciuto, ma che regolarmente pagava e a cui scriveva lettere. In esse riversava il suo ardente desiderio di staccarsi da quelle terre, da quelle case, da chi inventa leggende su altri pur non di edificare la propria storia, da chi concepisce più un’attesa lunga dieci anni che lo spasmodico bisogno di andare via.
Il mozzo rispondeva brevemente, ringraziava per il compenso monetario e si augurava di vederlo presto. Forse nemmeno leggeva bene le parole del marinaio perché era un uomo semplice e risoluto, un uomo d’azione che poco capiva un simile dissidio interiore.

Infine ci sono io, che nemmeno esisto. Sono la sua musa, la sua sirena, sono il faro a cento miglia da lì, sono l’altrove, sono la meta indefinita, sono l’urlo che lo spinge a voler salpare, sono la curiosità, l’indomito spirito di ricerca. Sono l’eco che risuona nella cassa toracica di ogni uomo e che da un certo momento della sua vita mai lo abbandona. Grido, sussurro, ripeto che è l’ora di partire, di levare l’ancora, di lasciare le certezze. E non mi arrendo nemmeno quando un marinaio, colui che ha teoricamente scelto di viaggiare, mi si oppone.

E, immobile, fissa l’orizzonte senza il coraggio di inseguirlo.

 

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