È il 1963 quando un infarto mette fine all’esistenza travagliata di Nâzim Hikmet, poeta e drammaturgo di origine turca. Nello stesso anno vengono pubblicate per la prima volta le sue Poesie d’Amore che ottengono subito una grande risonanza internazionale.

Il titolo della raccolta è emblematico; la tematica affrontata è quella dell’amore. Ma cos’è l’amore per Hikmet? Amore è la moglie, la patria lontana, il figlio Mehmet. Amore è il cibo, il vino, il mare. Amore sono le città in cui si rifugia, in cui scappa, da cui fugge. Amore sono gli uomini, l’umanità intera. Amore è lotta civile e personale, è battaglia. Non esiste amore se non c’è lotta. L’amore per Hikmet è fiducia nel futuro, speranza in un mondo migliore.

Nel 1938 Hikmet viene condannato a ventotto anni di carcere in Anatolia per le sue posizioni politiche comuniste che non piacevano affatto al governo turco e durante la sua prigionia scrive diverse lettere alla moglie. Queste lettere compongono la prima sezione di Poesie d’Amore intitolata “Lettere dal carcere a Munnevvér”. Da queste lettere emerge la figura di un poeta innamorato, che guarda il mondo con occhi madidi di tenerezza; tutto sembra quindi più bello, la paura viene zittita e la miseria sembra destinata a terminare in favore di giorni migliori. L’amore per la moglie è un amore salvifico, un rifugio dalle difficoltà della vita, un’ancora di salvezza. Quel sentimento così puro e potente trasforma persino i muri grigi e incrostati della prigione in prati fioriti, conferisce ottimismo e voglia di andare avanti nonostante gli ostacoli.

La seconda sezione si intitola “Fuori dal carcere” ed è dedicata ai giorni successivi la liberazione del poeta, vissuti tra la gioia dell’attesa di un figlio, una ritrovata tenerezza con Munnevvér e la paura di un nuovo arresto. Questa sezione contiene il componimento intitolato La Notte dedicato al figlio che verrà e L’Addio che descrive a cuore aperto il momento in cui Hikmet decide di lasciare la Turchia e vivere come esule, per evitare il controllo del governo turco.

A seguire, infatti, si possono leggere le poesie scritte durante i trent’anni di esilio. Da questa sezione è possibile tracciare, quindi, una mappa dei suoi spostamenti ed è possibile respirare l’aria delle diverse città attraversate, guardarle con gli occhi del poeta turco. Si viaggia dalla Turchia fino a Mosca, passando per la Bulgaria, la Polonia, sostando a Praga e vivendo anche nel cuore dell’Europa, tra Parigi, Berlino e Roma. “L’esilio è un duro mestiere” dice Hikmet, perché comporta gambe stanche e un’inguaribile nostalgia di casa.

Le ultime sezioni della raccolta sono dedicate ad un viaggio cubano e agli occhi che ha incrociato nel suo vagabondare, all’umanità che ha sfiorato, alle città deturpate dai proiettili della guerra e all’amore che nonostante la guerra sboccia in ogni città come un fiore in primavera. Non risparmia riflessioni sul senso della vita e sulla democraticità della morte. Non dimentica di dedicare ancora parole d’amore al figlio, alla moglie, ai poeti che lo hanno ispirato e alle esperienze vissute nel corso della sua esistenza.

Leggere Poesie d’amore è un’esperienza di vita, perché attraverso un lessico semplice, una sintassi essenziale e continui riferimenti alla sfera sensoriale è possibile trarre insegnamenti preziosi sulla vita e sull’amore. Si capisce grazie a Hikmet quanto sia urgente amare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni circostanza. Il poeta sembra volere comunicare ai lettori che l’amore non conosce limiti, è la forza vitale che permette a ogni essere umano di rimanere in piedi e di camminare verso giorni più belli.

Credito immagine: Federico Colombo

FONTI: J. Lussu, Introduzione e note a Poesie d’Amore, Oscar Mondadori, 2016