La sensibilizzazione sulla donazione degli organi è un tema sempre attuale nella nostra società, e per fortuna le numerose campagne informative che vengono effettuate ogni anno stanno dimostrando dei risultati molto positivi. Come si evince dal report annuale dell’AIDO, nel 2016 il numero dei donatori è aumentato del 13%, e ciò ha avuto un impatto positivo soprattutto sulle liste d’attesa per rene e polmone. Tutto ciò promette molto bene per gli anni a venire, ma per fare i trapianti non bastano i donatori. Ciò che serve è un miglioramento delle tecnologie per conservare gli organi. In base ad alcune stime, sembrerebbe infatti che ogni anno il 60% dei cuori e dei polmoni donati debbano essere scartati poiché il tempo massimo di conservazione in ghiaccio è di sole 4 ore. Per gli altri organi le tempistiche migliorano, ma di poco, visto che fegato, intestino e pancreas possono essere conservati per 8-12 ore e i reni fino a 34 ore.

Una delle tecniche che sembrava promettere meglio da questo punto di vista sembrava essere la vetrificazione dei tessuti, attraverso la quale i campioni biologici vengono raffreddati a temperature comprese tra -160 e -196° . Tuttavia, si è osservato che durante la fase di scongelamento i tessuti dei campioni di dimensioni superiori a 1 ml subiscono dei danni che ne compromettono la possibilità di utilizzarli.

Recentemente, i ricercatori dell’Università del Minnesota sono riusciti a mettere a punto una nuova tecnica per conservare gli organi e i tessuti grazie alla crioconservazione. Come? Sfruttando delle nanoparticelle di ossido di ferro, rivestite di silice, disperse nella soluzione utilizzata per conservare l’organo. Se non ci avete capito molto è normale, tra qualche riga tutto sarà più chiaro.

L’organo da trapiantare viene riportato a temperatura ambiente tramite l’esposizione ad un campo elettromagnetico che attiva le nanoparticelle. Queste si comportano come delle minuscole fonti di calore che riscaldano l’organo molto più velocemente e in modo uniforme.

Attualmente questa tecnica riesce a riportare correttamente a temperatura ambiente campioni di 50 millilitri. Considerando che un fegato misura circa 120 millilitri, è evidente che la tecnica necessita di essere perfezionata, ma le sue potenzialità sono indubbiamente notevoli.

 


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