di Claudia Galeano

Soprattutto con il Novecento e la contemporaneità l’arte ha superato la sua funzione puramente estetica per assumere un valore sociale, spesso incarnando una forma di ribellione. È il caso, in particolare della street art, nata per sovvertire tutte le regole precedenti. Un arte che serviva a manifestare la contrarietà a tutte le istituzionalizzazioni. Rifiuta le forme usuali dell’arte, i mezzi e anche i supporti, uscendo dai musei per prendere vita nelle strade. Lascia i quadri per manifestarsi in luoghi di per sé destinati a scomparire. Questo ha spesso generato contrasti anche aspri fra l’arte istituzionale e quella di strada. Esempio vistoso è la vicenda di Blu, uno dei più famosi street artist italiani, che nel 2013 ha cancellato tutte le sue opere sui muri di Bologna, in polemica con l’intento di un’istituzione culturale, Genius Bononiae, di farne il centro di una esposizione a Palazzo Piepoli.

Blu copre i suoi murales


Questo atto iconoclasta era mosso dalla convinzione che l’arte nata per essere controcorrente non si potesse piegare alle imposizioni accademiche.
Lo stesso intento che muove un avvenimento per molti versi opposto, che vede protagonista, di nuovo, proprio Blu. Il palcoscenico non è però più Bologna, bensì Milano, in particolare il PAC, il Padiglione di Arte Contemporanea. In questi giorni ricorre il decennale dell’unica mostra italiana che proprio questo museo ha dedicato ai principali esponenti italiani dell’arte di strada: “Street Art, Sweet Art”. Proprio in quella occasione, una delle pareti del padiglione è stata decorata da una monumentale opera di Blu e di Ericailcane, altro importante nome della street art nostrana: “Cocaine party”.


Un’opera indubbiamente dirompente, che oggi è al centro di una infuocata polemica. L’amministrazione del polo artistico ha infatti lanciato un sondaggio, nel quale chiede agli utenti se desiderano che il murales sia rimosso dalla sua attuale collocazione.
Una proposta che ha fatto infuriare i writer italiani, che hanno dato il via a una protesta, capeggiata dal milanese Atomo, all’anagrafe Daniele Tinelli. L’ashtag #occupypac ha invaso i social, e alcuni artisti, tra cui il poeta di strada Ivan Tresoldi, hanno cancellato impegni precedentemente presi con il PAC. La protesta si è però soprattutto realizzata nell’occupazione “simbolica e gioiosa” del museo, attuata come performance autogestita di alcuni artisti e critici, lo scorso 8 marzo.

Il muro del PAC con l’opera Cocaine Party


Una decisione dai toni artistici e leggeri che veicola però una dura polemica, nei confronti delle istituzioni politiche che – afferma il comunicato reso pubblico dagli artisti – hanno una posizione “populista e demagogica,” e dimostrano la loro intenzione di “scaricare le responsabilità” indicendo un “sondaggio farsa”. L’accusa parallela degli artisti alla città è di aver voluto deliberatamente confondere arte e vandalismo, così da cancellare la prima nel nome della tutela del patrimonio cittadino dal secondo. L’amministrazione del PAC è invece accusata di non aver mai voluto quel murales, ultima testimonianza della fortunata mostra di dieci anni fa, infastidita dal richiamo alla droga. Quello dell’istituzione sarebbe quindi, accusa Atomo, un eccesso di pudicizia che si traduce in un atto di censura, testimoniato da una prova di pennellata coprente sul muro. Il Direttore Domenico Piraina respinge le accuse, affermando che si tratta solo di una vecchia pennellata, ma senz’altro si tratta dell’ennesimo capitolo della querelle che cerca di stabilire dove si trovino e se esistano confini alla libertà dell’arte.

 

Fonti: Blu Bologna, Comunicato, Risposta PAC, Cocaine Party, Blu copre il suo murales, Blu e il PAC