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24 novembre 2017

Invito a non fidarsi degli Scrittori

Invito a non fidarsi degli Scrittori

Scrivo questo Invito dopo aver passato tre giorni intento ad una sola occupazione: leggere La trilogia della città di K. di Agota Kristof. Questa malevola ungherese naturalizzata svizzera che scrive in francese è riuscita a mettere in atto tutti i possibili artifici per dare sui nervi al migliore Giobbe di cui si dispone. Inganna, svia e depista con freddezza criminale. Il risultato è un grandissimo romanzo e una profonda crisi di nervi. Arrivato a pagina 200 su 380 ho iniziato a dubitare di tutto ciò che potesse dirmi l’autrice, ad interrogare la veridicità di ogni segno di interpunzione, della stampa stessa. Ho deciso di non fidarmi più e lo dico anche a voi: non fidatevi.

Analizziamo il processo di scrittura di un Autore e capiamo perché questo non merita un barlume della nostra fiducia, di quella che daremmo al guidatore designato un venerdì sera. Lo scrittore vive un’esperienza e decide di farne un racconto. Se potesse immobilizzare questo momento avremmo una storia veritiera, degna di fiducia, ma il poveretto non può; è la mancanza di questa possibilità a trasformarlo in un criminale incallito. Per prima cosa l’Autore racconta a se stesso ciò che ha appena vissuto per poterselo ricordare. Già qui è in atto la prima menzogna: dovrà utilizzare parole, nessi logici e definizioni che non appartengono all’ineffabile vitalità dell’esperienza, poiché sono le sue, sono filtrate dalle sue esperienze e scelte. L’atto stesso di ricordare è un altro inganno. Potrà esserci qualche dettaglio che gli sarà sfuggito e che dovrà ricostruire poiché utile o necessario al fine della narrazione. Il cielo era sgombro o nuvoloso? Non se lo ricorda ma è un dettaglio che non sente di poter omettere. Più sarà separato nel tempo dagli avvenimenti e più menzogne saranno inserite. Basti pensare al gioco del telefono senza fili.

(Il discorso di cui sopra sembra essere ascrivibile solo al racconto di fatti realmente accaduti, ma appare chiaro come il racconto di fatti immaginari subisca le stesse alterazioni dal momento in cui viene pensato per la prima volta a quando viene messo su carta. Nel caso del racconto di fatti immaginari lo scrittore è anzi ancora più criminale poiché elimina qualunque possibile testimone che possa rinfacciargli la sua malafede.)

Adesso che il nostro Autore ha ricordato il fatto e se lo è raccontato si trova di fronte alla necessità di architettare la narrazione. Sceglierà punto di vista, narratore e stile di scrittura: tutti inganni, come ovvio. Sceglierà l’ordine nel quale narrare i dettagli e come organizzare i dettagli a sua disposizione: altre menzogne. Tutte queste cose appartengono al suo bisogno gerarchizzante, di dare un inizio e una fine ad un fatto che è un momento in un continuum inarrestabile. Non iniziamo neanche a parlare dell’ego dell’Autore perché non finiremmo più, l’ego di un Autore dovrebbe essere un personaggio a sé. L’Ego. A questo punto l’Autore è pronto a mettere mano alla scrittura, ad impugnare la penna o a solcare la tastiera, vere armi del suo genio criminale. Può finalmente dare atto e concretezza a tutte le menzogne solamente pensate nella sua mente perversa.

A questo punto subentrano ulteriori inganni ai nostri danni. Il malefico Autore avrà un motivo per cui è stato spinto a raccontare. Una morale da dare. Una lezione da imparare. Non sono tutte queste menzogne tese ad indirizzare la nostra visione delle cose? Per quale motivo dovremmo credere a ciò che sta tentando di propinarci? Nel caso di un motivo chiaramente espresso potremo semplicemente rifiutarlo e dire No!, ma nel caso di un motivo più nascosto? Dovremo acuire i nostri sensi, tirare fuori la lente d’ingrandimento e scovare il trucco. Non possiamo nemmeno accettare l’idea che stia raccontandoci tutto ciò poiché lo ritiene semplicemente bello. Dovremo essere noi a vagliare la realtà di tale affermazione ed il suo valore, che sta a capo di un’infinità di menzogne o quanto meno di omissioni. Ma un’ulteriore problema: chi ci dice che l’Autore stesso non sia vittima di un raggiro? Mettiamo il caso di una storia raccontatagli e che decide di narrare credendosi più abile nell’arte della parola della sua prima fonte. Oltre a subire le stesse menzogne che propina a noi, elevandole quindi al quadrato, rischia di esporsi ad errori non emendabili in alcun modo. È la mano del karma che punisce il criminale ma che nell’operare questa giustizia becera porta il lettore ancora più lontano dalla verità. Un ultimo caso: e se l’Autore stesse mentendo a se stesso? Se fosse proprio lui vittima inconsapevole di un raggiro della sua mente, troppa timida per ammettere talune verità o incapace di coglierne altre? Non dovremmo vederlo come un caso così improbabile: un simile criminale potrebbe aver sviluppato una patologica abitudine a mentire che nemmeno lui potrebbe più essere in grado di controllare.

Alla fine di questa disamina l’Autore ci sembrerà una creatura uscita dalle peggiori carceri di paesi a malapena civilizzati, un mostro infernale. Ma qualcosa dobbiamo concedere a questo pover’uomo. Scrivere e raccontare è forse l’unico modo per rendere veri e poter catturare tutti quei momenti, pensieri ed immagini, che altrimenti ci sfuggirebbero per sempre. Raccontare è l’atto stesso di vivere. Nonostante questa piccola apologia finale non bisogna dimenticare l’ammonimento iniziale: non fidatevi comunque. E, già che ci siete, non fidatevi nemmeno di me, ma l’avevate capito.

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