Nato dalla squadra che nel 2014 ha prodotto il remake di Godzilla, torna sullo schermo il grande mostro della cinematografia, King Kong. Con la regia di Jordan Vogt-Roberts (The Kings of Summer), arriva in sala – il 9 marzo – un mondo primordiale, dove uomo e natura sono in lotta, dove la meraviglia e il mistero esistono ancora, è Kong: Skull Island.

La scimmia più potente del cinema, uno dei primi mostri a calcare le scene – 1933 “King Kong” di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack; 2005 “King Kong” di Peter Jackson – si racconta in modo nuovo. Se la sua fine sprezzante in cima all’Empire State Building è tra le immagini più iconiche di tutti i tempi, infatti, mancava ancora la storia delle sue origini. A narrare questo misterioso inizio ci hanno pensato gli scrittori Dan Gilroy (Lo sciacallo – Nightcrawler), Max Borenstein e Derek Connolly (Jurassic World), sulla base di un racconto di John Gatins (Flights, Real Steel).

La dimensione iconografica è la stessa: potenza, natura animale ma anche cuore e grande profondità d’animo. È la forza bruta unita all’intelletto, Kong è più simile all’uomo che alle altre scimmie. Gesti, espressioni, sguardi sono umani, patetici. Nonostante sia un predatore terribile, è impossibile non fare il tifo per lui. È più un eroe classico che un cattivo, l’espressione di un conflitto interiore tra la nostra civiltà e la consapevolezza dell’esistenza di qualcosa di più grande, potente e spaventoso di noi.

A cambiare è l’ambientazione. Dagli anni ’30 al 1973: la guerra in Vietnam si è appena conclusa, il mondo occidentale è scosso da scandali politici, scontri e proteste. I satelliti colgono le immagini di un’isola sconosciuta, uno degli ultimi territori del pianeta ancora inesplorati. La squadra di elicotteristi Sky Devils, di stanza in Vietnam, viene richiamato per assistere la spedizione scientifica Landsat, incaricata di esplorare l’isola. Sembra un compito semplice, se paragonato alla guerra appena conclusasi, ma nessuno sa cosa li aspetti esattamente dietro la perenne tempesta che ha occultato Skull Island dalla storia.

Solo Bill Randa, un agente del Monarch interpretato da John Goodman, sospetta ciò che è rimasto nascosto per millenni. Non solo lo sospetta, lo spera, perché la sua è una ricerca che dura da 30 anni. Formatosi a metà degli anni ’50 come risposta ai “test” nucleari del governo statunitense nell’Atollo di Bikini, o, più precisamente come l’obiettivo di questi test – il Monarch degli anni ’70 è ridotto a poco più che una barzelletta. Quella di Randa è un’ossessione, deve trovare i MUTO (Massivo Organismo Terrestre Non Identificato) prima che loro trovino l’uomo.

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In una realtà antecedente a quella contemporanea, fatta di connessioni internet, tirannia dei satelliti e GPS, nessuno aveva l’illusione di conoscere perfettamente tutto ciò che riguarda il mondo in cui viviamo. Così Jordan Vogt-Roberts ha preso una manciata di personaggi (interpretati da: Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, John Goodman, Brie Larson e John C. Reilly, insieme a Jing Tian, Toby Kebbell, John Ortiz, Corey Hawkins, Jason Mitchell, Shea Whigham, Thomas Mann e Marc Evan Jackson) reduci dalla guerra del Vietnam, senza una meta e senza obiettivi, e li ha immersi in un luogo mistico, dove l’uomo cade all’ultimo posto della catena alimentare. Kong, però, non è solo un animale gigante, è la storia dell’uomo contro la natura. Fa capire cosa si prova a guardare verso l’alto e notare l’incombenza di una creatura cosciente e feroce di 30 metri d’altezza.

Insomma, Kong: Skull Island è un blockbuster, con tanto di spettacolari riprese di combattimenti aerei (non stupitevi se vi ricorderà Apocalypse Now), ma cosa c’è da non amare in una scimmia gigante che acchiappa e prende a pugni un elicottero Huey?

Foto Credits:
Legendary Pictures
Warner Bros